Cinemaware!

Si scrive Cinemaware, si legge storia dei videogames. Stiamo parlando, come i più grandicelli avranno capito, della celebre software house americana che ha sfornato numerosi titoli di grande impatto per Amiga (vero e proprio cavallo di battaglia) e per Commodore 64 tra la metà degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta. Il marchio di fabbrica di tutti i giochi della Cinemaware era senza dubbio la grafica che all’epoca era decisamente all’avanguardia e di stampo “cinematografico”. Parlare di Cinemaware, spesso e volentieri, vuol dire fare prendere la macchina del tempo, ricordare quelle che allora erano meraviglie e domandarsi il perché non si possa più tornare a quei tempi, perché certe emozioni in campo videoludico comincino a scarseggiare. Terminare un “It came from the desert”, o un “King of Chicago” o addirittura un “Lord of the rising sun”, solo per citare qualche titolo, era un’esperienza molto bella, da non dimenticare. Il mondo gridò al miracolo quando nel 1986, ad un anno dalla sua fondazione, gli statunitensi pubblicarono il leggendario “Defender of the Crown”. Questo gioco, uno strategico ambientato nel medioevo e fortemente ispirato all’altrettanto leggendario film “Ivanhoe” con Elizabeth Taylor e Robert Taylor del 1952, passò alla storia per la sua bellezza grafica. Celebre, oltre alle schermate ritratte in tutte le riviste specializzate dell’epoca, fu anche la musica incalzante con alcuni pezzi rimasti nell’epica videoludica. Basti pensare alla traccia iniziale, pomposa al punto giusto ed in grado di calare il giocatore nell’avventura. Buone anche la giocabilità e la longevità di “Defender of the Crown”, che metteva i giocatori nei panni di un condottiero per riuscire a risolvere in proprio favore la guerra per il trono (anzi, meglio dire per la corona), riuscendo a sbaragliare la concorrenza conquistando territori, assediando castelli, costruendo manieri, vincendo soldi e terreni nei tornei sapientemente riprodotti dai programmatori. L’avventura permetteva anche di salvare una bella principessa e sposarla. Il tutto intervallato da belle scene grafiche che, ripetiamo, hanno fatto la storia dei videogame all’epoca in cui il 3D era pura follia sperimentale affrontata soltanto da alcuni titoli che si contavano sulla punta delle dita. In ultima analisi possiamo assolutamente aggiungere che tanti titoli della Cinemaware, oltre a prendere tante citazioni cinematografiche, sono stati gli antenati, gli avi, di molti giochi odierni e più avanti vedremo il perché.

GRAFICA CHIARA, SONORO PULITO… E’ CINEMAWARE!

“Defender of The Crown” non fu altro che il primo di una lunga serie di capolavori che vengono sempre ricordati con piacere dagli appassionati. Tra questi c’è sicuramente “Kings of Chicago” pubblicato nel 1987, un vero e proprio “simulatore di gangster” dove si dovevano gestire gli affari di una mini banda di gangster con mire espansionistiche. E c’era molto da fare per farsi strada nell’oscuro mondo della malavita organizzata. Il giocatore inizia la sua attività a Chicago in una piccola banda di scagnozzi di Al Capone. L’obiettivo è quello di aumentare le dimensioni della banda per poter controllare la città ed entrare anche a far parte della sindacato di New York. Sparatorie, attentati dinamitardi, corruzione di pubblici ufficiali e gambizzazione delle persone scomode, saranno queste le attività da svolgere per la scalata al successo. Giocabilità innovativa e grafica avanzata furono le prerogative di questo titolo.

L’ABITO NON FA IL MONACO

Non solo grafica e sonoro ma anche tante innovazioni sul piano del game play. La Cinemaware ebbe successo anche per questo: tanta beltà visiva e sonora (almeno per l’epoca) al servizio però di nuove idee. Il segreto per andare avanti non poteva essere diverso e con tutte le limitazioni dettate dall’hardware (c’era ancora il buon Commodore 64 a farla da padrone) gli americani fecero i primi veri passi in avanti. Molti di voi ricorderanno l’avventura fiabesca intitolata “Simbad: Throne of the Falcon”. L’atmosfera da “Mille e una notte” si era trasferita con tutto il suo fascino sui nostri televisori. Un gioco lunghissimo in cui attraverso numerose peripezie dovevamo battere il nemico di turno: grafica e sonoro anche qui di buona levatura accompagnano il giocatore durante le partite.

LORDS OF THE RISING SUN, IL MEDIOEVO IN GIAPPONE

Il 1988, terzo anno di attività, è importante per la Cinemaware. Vennero pubblicati alcuni titoli che ancora oggi ricordiamo: “The three stooges”, “Rocket Ranger” e “Lords of the Rising Sun”. Quest’ultimo seppe ritagliarsi un angolo nella storia dei videogiochi rivisitando il Medioevo feudale in Giappone. Conquistare le province, organizzare le truppe, ma anche sapere fuggire dagli attentati dei nemici erano le nostre attività primarie. Non era facile la vita di un aspirante imperatore. Grafica a livelli incredibili, con un game play vario ecco cosa si aveva davanti. Sulla carta, “Lords of the Rising sun” era uno strategico puro, ma a questa componente furono aggiunte sequenze arcade con ambientazione orientale (ovviamente). Tanti i riferimenti,cinematografici come avvenne per “Defender of the Crown”. Questa volta gli omaggi furono al famoso e leggendario regista giapponese Kurosawa. La magnifica grafica, una delizia per gli occhi, fu accompagnata da una giocabilità eccezionale. Già dalla scelta tra i due personaggi, Yorimoto e Yoshitsune, si sarebbero seguite vie differenti. Diplomazia, tattica, non solo sul campo di battaglia, ma anche durante la pianificazione con il tentativo di sovvertire l’ordine della storia (assoldando sicari ninja) costituivano le fondamenta del gioco. Le scelte basate su strategia ed azione avrebbero cambiato la storia per sempre. Era esaltante stare al comando delle proprie truppe sia quando si doveva assediare il castello nemico, sia quando lo si doveva difendere dagli assalti. Di grande realismo anche il “seppuku”, ossia il rituale di suicidio, del personaggio comandato dal giocatore in caso di fallimento dell’attacco dei sicari ninja. Il “seppuku” decretava la fine della partita: yoccante. Un capolavoro, una pietra miliare che ogni “amighista” dovrebbe avere. Solo nel 2000 “Shogun Total War” ha saputo riportare su Pc lo spirito del Giappone feudale colto dal capolavoro americano molti anni prima.

INDIMENTICABILI FORMICHE GIGANTI DI “IT CAME FROM THE DESERT”

Dal Giappone medievale all’America anni ’50. Alcuni strani eventi nella tranquilla e rurale cittadina di Lizard Breath hanno scosso la tranquillità della routine quotidiana. Una pioggia di meteoriti ha dato il via a questi strani episodi. Il protagonista della storia, un geologo, vuol vederci chiaro e noterà come questa pioggia abbia portato alla creazione di formiche giganti che sconvolgeranno ben presto la pacifica popolazione di Lizard Breath. Verte essenzialmente su questo “It came from the Desert”, avventura con sfumature arcade datata 1989 ed uscita per Amiga ispirata a molti film di “serie B” degli anni ’50 che sfruttavano l’idea delle radiazioni e del nucleare come mezzo per creare mostruose creature. Come sempre, le nostre scelte influiranno sul risultato della partita. La velocità d’azione sarà alla base del successo: il giocatore avrà una mappa a propria disposizione ed a seconda delle località esplorate si possono incontrare altri personaggi ed accedere a minigiochi o incontrare queste famose formiche giganti. Gli insettoni (che avranno letto sicuramente “Anche le formiche nel loro piccolo si…”) devono essere combattute con pistole, granate, dinamite… ed anche insetticida. Quest’ultimo elemento viene sparso con un aeroplano: le sessioni in “volo” sono molto simili a quelle isometriche che incontreremo in “Wings”. Carina l’idea di introdurre i minigiochi arcade per spezzare con l’azione la pura narrazione dell’avventura e per aiutare i giocatori non avvezzi del genere.

ROCKET RANGER E WINGS, I VIDEOGIOCHI NARRANO LA GUERRA

 Difficile, quando si parla di Cinemaware, dimenticare “Rocket Ranger” e “Wings”. I due titoli sono ambientati nelle due guerre mondiali (“Rocket Ranger” durante la seconda; “Wings” durante la prima). Anche in questi due casi, l’azione pura era intervallata da molte sessioni tattiche nelle quali era vietato sbagliare. Anche qui si ricordano le numerose scene animate di intermezzo, ereditate da “Defender of the Crown”. Magnifico anche il comparto sonoro. Di impatto, oseremmo dire, quasi mediatico le struggenti note di alcuni pezzi presenti in “Wings” che danno al videogiocare l’atmosfera e l’angoscia di leggere un diario di guerra e di non sapere se la prossima missione si potrà raccontare. In “Wings” a bordo di un aeroplano della prima guerra mondiale saremo chiamati a svolgere numerose missioni, più o meno difficili. Si alternerà il 3d al 2d isometrico il tutto disegnato in modo eccezionale. Ma è il gioco in se e per se che ha ritmi incredibili, quasi da storia narrata. Un’esperienza emozionante per un gioco che è stato senza dubbio molto di più di uno sparatutto con note strategiche. C’era tutto: la suspance, la gioia della missione compiuta, lo sgomento per quello che si sarebbe dovuto affrontare dopo. La difficoltà era anche evidente, soprattutto nelle prime fasi di gioco. Per avere le “ali” si doveva compiere una missione di bombardamento, ma arrivati al gioco vero e proprio diventava tutto più complicato. Dal punto di vista tecnico, nulla da eccepire. Anzi: grafica ad altissimi livelli, non ci stancheremo mai dirlo; sonoro eccezionale, il vero quid in più di questo titolo, e giocabilità di ottimo lignaggio sono i segni distintivi di uno degli ultimi capolavori firmati Cinemaware, datato 1990. Benché fosse ambientato negli anni della seconda guerra mondiale, “Rocket Ranger” fu antecedente a “Wings” ed uscì nel 1988. Durante il secondo conflitto, alcuni scienziati nazisti stavano per realizzare un dispositivo che gli avrebbe permesso di risolvere in loro favore la guerra. La risposta degli alleati? Un razzo che permette al suo pilota di viaggiare all’indietro nel tempo viene così inviato per permettere di prevenire la scoperta. Come altri giochi della Cinemaware, “Rocket Ranger ” si ispira al cinema di Hollywood, ma anche alla serie di fumetti “The Rocketeer”. Omaggia le molte serie Tv di fantascienza degli anni ’50, con intermezzi ricchi di azione e un modo artistico di rappresentare il “futuro” che è tipico di quei tempi, nonché gli stereotipi tipici come l’eroe coraggioso che deve salvare la propria bella.

LA SERIE “TV SPORTS” CHIUDE LA STORIA

Football, basket e boxe. Tre sport assolutamente differenti tra loro, ma che hanno in comune il fatto di essere stati “partoriti” dalla Cinemaware e che questi siano stati destinati al mercato europeo. La serie “Tv Sports” iniziò nel 1988 con il Football, curato in modo incredibile sia dal punto di vista grafico (da qui anche il nome Tv), che dal punto di vista della giocabilità. Numerosi schermi e variabili davano quello spessore in più che servi agli appassionati del genere. Indimenticabili i “good” e “not good” a seguito delle trasformazioni dei touch down. Nel 1990 appare il basketball. Anche qui, cura maniacale per i dettagli grafici, ottimo game play e divertimento assicurato. Nel 1991 l’ultimo capitolo che chiuse la storia, almeno la prima parte di essa, della Cinemaware. Era “Tv Sports boxing”, anch’esso dotato dal punto di vista visivo, sonoro e molto giocabile.

NEL 2000 IL GRANDE RITORNO

Dopo nove anni di assenza, la Cinemaware ritornò sul mercato. Era il 2000 quando uno dei precedenti proprietari della compagnia fece riaprire la baracca. In questo periodo si ricordano il remake di “Defender of the Crown” chiamato: “Robin Hood: Defender of the Crown”, uscito nel 2003 per Ps2, Xbox e Windows. Il ramake vanta un motore grafico 3D ma non ha avuto grande seguito da parte della stampa specializzata. Nacque anche la serie dei “Digitally Remastered” che condividevano la stessa giocabilità degli originali ma con grafica aggiornata. Di questa serie fanno parte lo stesso “Defender of the crown”, “The three Stooges”, “Wings” e “Lord of the rising sun”. Ma a partire dal 2004 non si sono avute più notizie nemmeno di questa nuova Cinemaware.

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