3, il numero perfetto? ma non sempre

Perchè la trilogia nel cinema

È da tanto -tantissimo- tempo che nel mondo del cinema ci troviamo di fronte alla acclamata forma della trilogia. Innanzitutto un po’ di storia, dato che vogliamo passare per gente acculturata. Il termine viene dall’antico greco ed indicava l’insieme di tre tragedie dello stesso autore; esse erano riferite al medesimo soggetto o accomunate da similarità in fatto di stile. È quindi importante sottolineare come, per far sì che una trilogia si possa dire tale, sia necessario che essa presenti una certa continuità tra le sue parti – un filo comune che leghi le tre opere. Allo stesso tempo queste devono anche connotarsi come autonome e capaci di essere apprezzate per sé. Una buona controprova per capire se un film di una trilogia è effettivamente realizzato bene (ora odiateci) è quello di guardare direttamente un capitolo successivo al primo. Se tutto funziona, questo ci darà la dimensione di un’opera completa assestante, che riesce ad esaurire le richieste di un pubblico esigente.

La forma della trilogia piace un po’ a tutti. È uno schema che riprende, spesso, la struttura base della fiaba come era stata concepita fin dal principio: un inizio in cui si ha la presentazione di personaggi, spazio e tempo della vicenda; un secondo momento in cui ci troviamo di fronte all’evento complicante che deve essere risolto dai nostri eroi preferiti; una conclusione negativa o positiva (più la seconda) che ci appaga con la risoluzione dell’evento complicante e sancisce la fine della storia. La forma della trilogia riprende questa partitura, in forma dilatata, e costituisce una cornice più larga per l’intero racconto.

Cosa è cambiato

Molte cose sono cambiate. L’attesa del nuovo film di Star Wars (con ovviamente la nuova trilogia) ha un doppio effetto sui nostalgici come noi. Perché se da un lato cresce l’entusiasmo di scoprire di cosa sia stato capace J.J. Abrams, dall’altro si ha paura di vedersi rovinata una delle più belle saghe di sempre. Le vecchie trilogie, infatti, presentavano prima di tutto una indiscutibile evidenza di vicende da essere sviluppate in più parti. Tanto materiale, sia per le più che per le meno riuscite. Pensare a due soli film che riescano a sostituire le due trilogie di Star Wars è semplicemente offensivo. Pensare, al contrario, a un solo film per i tre che Jackson ha diretto per Lo Hobbit? non spaventa. Perché? Innanzitutto, perché il materiale del libro era sinceramente troppo esiguo per tre film. L’intreccio delle vicende scricchiola, la figura di Bilbo viene dilatata e allungata (sì, fino a raggiungere l’altezza di un umano normale). La sensazione che se ne ricava è quella di un cucchiaino di nutella spalmato su tre fette di pane. Ogni tanto ci viene da pensare in maniera un po’ maliziosa. In fondo il mondo gira intorno ai soldi.

L’imperdonabile

Se Lo Hobbit ci lascia qualche dubbio, ma allo stesso tempo facciamo fatica a fare gli offesi e dire che non ci piace, un’altra scelta cinematografica ci fa venire voglia di prendere per i capelli i registi. È quello che avevamo già visto in Harry Potter con l’ultimo capitolo della saga, e ci viene riproposto nuovamente in Hunger Games. Avete presente quando eravate piccoli (?) ed eravate fissati con le action figures? Va bene, lo siete ancora. Ve ne manca solo una, e andate tutti contenti al negozio per completare la collezione. Lì il negoziante prima ve la mostra, poi la spacca a metà. Esibendo un sorriso tra il sadico e il beffardo, vi dice che la prima metà la potete avere, mentre per l’altra dovrete aspettare. E pagare un piccolo extra. E poi incollarle da voi. Non vogliamo riportare i vostri possibili commenti.

Per una struttura concepita come film e sequel (non si tratta di serie tv!) la divisione a metà dell’ultimo film ci appare come qualcosa di inconcepibile. Un film per libro, tranne l’ultimo. Sarà che se lo fanno prima la gente non li segue più? Sarà che lo fanno solo per trarci il massimo profitto possibile?

Tirando le somme, diciamo che la struttura della trilogia è qualcosa che funziona, eccome. Se realizzate bene sono quelle che appassionano di più il pubblico nerd e non solo, dando quel senso di completezza che a volte un capitolo unico non riesce a trasmettere. Se realizzate male, se spezzettate e dilatate come nei casi citati? ci portano a formulare un ultimo commento su cui speriamo di essere smentiti il più presto possibile: se un tempo un film vendeva perché era bello, oggi è bello perché vende.

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