Far Cry Primal – Alla scoperta del mondo preistorico

Alla scoperta del mondo preistorico e delle origini dell’uomo

Con l’annuncio di Far Cry Primal, il cambio di rotta di Ubisoft per quanto riguarda la saga ha stupito un po’ tutti i videogiocatori.

Creare una storia seguendo e, magari rinnovando, lo stile di gameplay della serie non è certo una promessa da poco, se poi quest’aria di cambiamento ci trascina nel tempo all’era preistorica, le buone premesse non mancano di certo. La riuscita del titolo dipende da diversi fattori che Cyberludus non mancherà di analizzare a fondo nella recensione di Far Cry Primal. Questo speciale nasce dall’idea di fornire un approfondimento sui temi trattati dal gioco, dapprima fornendo un quadro generale della nostra evoluzione e successivamente analizzando altri aspetti della vita dei primi uomini e, più in generale, sul periodo preistorico senza tralasciare eventuali punti d’incontro tra la storia che conosciamo e il videogioco.

Da scimmia che eravamo, ci siamo alzati in piedi, la nostra statura è aumentata e il nostro cervello si è ingigantito. Siamo allora diventati un pericoloso predatore, dotato di notevole mole corporea, della forza del gruppo e dell’efficacia dei nostri manufatti. […] Siamo stati grandi nelle imprese del nostro passato con una grande capacità di produrre e trasmettere conoscenza. In altre parole: cultura.

(Giorgio Manzi, 2006)

Far Cry Primal Speciale

La comparsa degli Ominidi e l’avvento del genere Homo

Nel paleocene [1], in un periodo tracciato attorno ai 70 milioni di anni fa, comparvero nelle regioni tropicali i Primati. Questo termine fu introdotto nella nomenclatura zoologica da Carl Linnaeus [2], che volle indicare con questo termine il capostipite della scala evolutiva umana. Lo studio dei primati fossili mostra come nel corso del Cenozoico [3] siano comparse numerose forme, la cui evoluzione ha portato alle sette superfamiglie alle quali sono attribuiti tutti i primati viventi.
Col passare del tempo e l’intensificarsi delle scoperte scientifiche, delle conquiste in molteplici ambiti della scienza, gli studiosi hanno cominciato ad occuparsi dello studio del genoma umano così da metterlo in correlazione con le altre specie di primati e scovare, come fine ultimo la discendenza del nostro genere. Lo studio genetico, invece, ha avuto un ruolo importante nello studio evolutivo ma non per quello che ci si aspettava. Le distanze genetiche si sono, infatti, rivelate particolarmente utili per definire il periodo in cui le diverse specie hanno cominciato a divergere tra loro. È un procedimento che ha preso il nome di “orologio molecolare”, in quanto si basa su una valutazione delle divergenze evolutive a partire dal dato molecolare: proteine, Dna nucleare, Dna mitocondriale ecc. (Manzi, 2007, p.24).
A partire da queste basi, l’ipotesi formulata nel 1871 da Charles Darwin si è rivelata fondata. Per Darwin, infatti, le origini dell’uomo sarebbero dovute essere ricercate in Africa in considerazione del fatto che proprio le grandi scimmie antropomorfe africane, gorilla e scimpanzé, sono gli esseri più simili all’uomo di quanto non lo siano le antropomorfe asiatiche, come gli orangutang e i gibboni. La biologia molecolare ha pienamente confermato questa intuizione, aggiungendo a essa un dato quantitativo che non era possibile dedurre ai tempi di Darwin al quale è stato possibile aggiungere una valutazione dei tempi di divergenza.
“Sappiamo così che l’antenato comune fra scimpanzé e uomo deve essere vissuto intorno a 6 Milioni di anni, quello con il gorilla ancora prima, verso i 7-8 Ma, mentre la separazione dell’orangutang risalirebbe a quasi il doppio (circa 14 Ma). È dunque esistita in Africa, intorno a 6 Ma, una scimmia antropomorfa che per qualche motivo si frazionò in popolazioni e queste divennero specie diverse, che a loro volta diedero origine alle rispettive traiettorie evolutive dello scimpanzé e dell’uomo. L’antropomorfa del tardo Miocene è ancora da identificare con chiarezza sulla base della documentazione fossile disponibile o di quella ancora da trovare. Per certo sappiamo che, tra i suoi discendenti, la specie che si è maggiormente allontanata dall’originario adattamento arboricolo siamo noi, Homo sapiens, unica sopravvissuta della famiglia delle Hominidae, o ominidi” (Manzi, 2008, p.26).
Tra le specie estinte, alcune suggeriscono una tendenza evolutiva che porta agli Ominidi che possiedono un tratto distintivo importante nello studio evolutivo che ha posto le basi dell’evoluzione dell’uomo: la colonna vertebrale tendente a raddrizzarsi. Una differenza che ha portato questa specie ad assumere nel corso di migliaia di anni, una postura eretta. Alla famiglia degli Ominidi vengono attribuite le quattro specie di Australopithecus; A. afarensis, A. africanus, A. robustus e A. boisei, estinto attorno a un milione di anni fa, e il genere Homo. Dagli Australopiteci L.S.B. Leakey, P.V. Tobias e J.R. Napier (1964) hanno distinto la specie Homo habilis, che fu definita in un primo momento soltanto attraverso alcuni resti scheletrici frammentari e successivamente ad altre scoperte venute alla luce dallo strato di Olduvai [4]. Questa specie si differenzia dagli Australopiteci soprattutto per una maggiore capacità cranica [5] (510-750 cc) a cui è associata una ristrutturazione dei collegamenti delle strutture interne del cranio alla quale possono essere accostate la fabbricazione e l’utilizzazione di manufatti (studio dei prodotti della scheggiatura provenienti da Koobi Fora).

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Grafico all’interno dell’articolo del Prof. deMenocal in Le scienze – Nov. 2014

“Dobbiamo al fiuto e alla tenacia di Louis S.B. Leakey, della sua seconda moglie Mary, del loro figlio Richard, di sua moglie Meave, della loro figlia Louise e di decine di loro collaboratori, locali e internazionali, se siti come Olduvai, Laetoli, Baringo, Lothagam, Kanapoi, Koobi Fora, Nariokotome e tanti altri sono divenuti di importanza capitale per lo studio dell’evoluzione degli ominidi tra Pliocene e Pleistocene. Ci troviamo appunto in Africa orientale, tra la Tanzania più a sud – dove le ricerche dei Leakey iniziarono già verso la metà degli anni ’30, ma vennero premiate solo nel 1959 con la scoperta a Olduvai del celebre cranio denominato Zinjantbropus” (Manzi, 2006).

Il bipedismo è ritenuto l’elemento cardine alla base del processo evolutivo che ha portato alla comparsa degli ominidi, e che è stato determinato come risposta evolutiva di adattamento ad un ambiente in rapida trasformazione. Il progressivo inaridimento del clima nel Miocene avrebbe, infatti, determinato nel Corno d’Africa l’affermarsi della savana a discapito della foresta tropicale, con la conseguente “crisi” delle specie arboricole, dovuta alla progressiva mancanza dei cibi che ne costituivano l’intera dieta.
I paleo-climatologi ritengono che l’inaridimento differenziale dei territori a est della Great Rift Valley abbia subito delle accelerazioni in alcuni periodi, e che parallelamente vi sia stato un deterioramento del clima su scala mondiale che si è accentuato intorno a 6 e a 3 Ma. In questo scenario paleo-ambientale in continuo mutamento, la datazione delle più antiche forme di Australopithecus sono datate intorno ai 4 Ma. Tuttavia, da recenti scoperte, hanno fatto la loro comparsa alcuni ominidi ancora più antichi (l’età è compresa tra i 7 e i 4,4 Ma) che nel “cespuglio” evolutivo vanno ad ampliare le ramificazioni sinora conosciute: Sahelanthropus, Orrorin e Ardipithecus.

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La Great Rift Valley e il percorso degli Ominidi

Il mondo delle australopitecine

Questo ambiente coinvolto nei cambiamenti bioclimatici ha cominciato a diventare più arido, così le ampie distese forestali si sono trasformate nel giro di poco tempo – sempre relativamente parlando – in macchie verdi, delle “isole” forestali che hanno cominciato a cedere il passo a quella che conosciamo oggi come la Savana. L’ambiente con cui cominciano a fare i conti le scimmie antropomorfe che popolano l’Africa orientale è completamente diverso da quello in cui le generazioni precedenti avevano prosperato. Il viaggio da una zona forestale all’altra prevede l’attraversamento di lembi di prateria sempre più estesi e caldi, specialmente dopo la stagione delle piogge, quando il sole, l’erba è alta e i pericoli nascosti tra le fronde si moltiplicano giorno dopo giorno. È stata questa la probabile motivazione che ha spinto alcuni gruppi a ergersi sulle due zampe al di sopra degli steli, per avvistare e allontanare il pericolo lanciando sassi e brandendo bastoni di legno. Ciò nonostante, nei primi «veri» ominidi – ossia, sostanzialmente, le specie di Australopithecus e Paranthropus – il bipedismo sembra affiancarsi, e non sostituirsi, alla locomozione arboricola.
In questa nuova situazione ambientale della savana: “Sembra abbastanza chiaro che l’adattamento in savana comportò la divergenza tra due distinte strategie ecologiche: quella assunta dal genere Paranthropus, con una dieta vegetale-coriacea, e quella propria del genere Homo, instauratasi quando alcuni nostri antenati hanno potuto giocare su una certa plasticità adattativa e si sono messi a mangiare sempre più carne”. (Manzi, 2006).
I resti fossili di queste specie non ci ha portato ad avere una certezza sulle abitudini alimentari ma quello che si può affermare con certezza (attraverso l’analisi dei coproliti) è che l’Homo habilis cominciò a nutrirsi di carne, come se la procurasse, sciacallaggio o caccia, è un dato ancora non verificato. Secondo Glynn Isaac (1977) i comportamenti dei primi Ominidi sono alla base dello sviluppo culturale dell’uomo e consistono: nella raccolta e conservazione dei cibi, nella consumazione della carne, nella raccolta di vegetali, nell’organizzazione di campi stagionali e nella costruzione di strumenti utili soprattutto alla scarnificazione delle carcasse animali.

Con l’acquisizione del bipedismo, dunque, una serie di nuove caratteristiche si sono combinate fra loro caratterizzando la successiva stirpe della specie. La postura eretta ha reso liberi gli arti superiori sciogliendoli dai vincoli della locomozione quadrupede, rendendo l’arto più funzionale alla manipolazione degli oggetti. A questo punto appare evidente come il bipedismo dei primi ominidi sia stato il punto focale attorno al quale si è costruito il processo adattativo delle scimmie antropomorfe, sviluppatesi a partire dal tardo Miocene e nel primo Pliocene, che chiamiamo australopitecine.

Un successo tale da dare luogo a una vera e propria radiazione adattativa di ominidi nell’Africa subsahariana di alcuni milioni di anni fa. L’altra scommessa verrà molto tempo dopo – con il genere Homo – quando, a bipedismo ormai stabilizzato, inizierà un altro processo chiave dell’evoluzione umana: l’encefalizzazione ovvero l’aumento progressivo del volume encefalico, ossia del cervello” (Manzi, 2007).

L’Australopithecus afarensis è forse la specie meglio nota in campo specialistico e nella divulgazione, poiché si possiedono un vasto numero di reperti e, soprattutto, lo scheletro più famoso in ambito paleoantropologico:Lucy. Scheletri parzialmente completi come quello di Lucy (reperto AL 288-1) hanno permesso descrivere il processo e le abitudini che ho descritto in precedenza e di accertarne la taglia la cui statura risulta di poco superiore al metro e il cui peso corporeo si aggirava intorno ai 35-45 kg.

What’s next?

Come si è evoluto l’uomo? Manufatti, linguaggio e cultura ne hanno determinato il successo evolutivo? Perchè sono scomparsi i Neanderthal? Come si collegano tutti questi argomenti all’ultimo titolo Ubisoft: Far Cry Primal. Cercherò di rispondere a questi ed altri eventuali interrogativi nei prossimi articoli dedicati sempre su Cyberludus.com.

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Lo scheletro di Lucy

NOTE

  1. Il Paleocene è la prima delle tre epoche del periodo Paleogene, a sua volta la prima era del Cenozoico; il Paleocene ebbe inizio 65,5 ± 0,3 milioni di anni fa (Ma) e si concluse 55,8 ± 0,2 Ma. Cronologicamente si trova dopo il Cretacico superiore, l’ultimo periodo dell’era del Mesozoico, e prima dell’Eocene. Il Paleocene è suddiviso in tre età o piani: Daniano, Selandiano e Thanetiano. Durante il Paleocene la vita sulla Terra subì una radicale trasformazione in seguito all’estinzione di massa della fine del Cretacico che aveva portato alla scomparsa dei dinosauri. I rettili subirono una drastica riduzione, mentre gli Uccelli e soprattutto i Mammiferi diedero origine ad una spettacolare radiazione adattativa, diversificandosi ed occupando tutte le nicchie ecologiche lasciate libere dalla precedente estinzione. [Fonte: Wikipedia].
  2. Carl Linneo aveva capito anche questo e aveva inserito noi e le scimmie, insieme ad altri mammiferi affini (gli attuali chirotteri e i bradipi), nell’ordine dei primati. Il nome era stato scelto per dare risalto alla presenza della nostra specie nel gruppo, ma in un certo senso avremmo davvero una posizione di primato, se non ci fossero gli insettivori (toporagni, talpe e ricci) a toglierci un simile discutibile privilegio: quello di essere i mammiferi più -primitivi- quelli più affini alla forma ancestrale. Giorgio Manzi, Homo Sapiens, Il Mulino, Bologna, 2006, p. 55.
  3. Il Cenozoico, dal greco καινός kainòs (recente) e ζωή zoè (vita), o Terziario è l’ultima delle tre ere geologiche del Fanerozoico. La quarta delle cinque grandi suddivisioni della storia geologica della Terra, la cui durata va da 65 milioni di anni fa a circa 2 milioni. Viene suddivisa in 5 periodi: il Paleocene, l’Eocene, l’Oligocene, il Miocene e il Pliocene. Durante tale era lo sviluppo della fauna e della flora, la distribuzione dei mari e dei continenti e infine la differenziazione dei climi hanno assunto i lineamenti e le caratteristiche attuali. Nel contempo sono scomparsi o si sono fortemente ridotti i gruppi importanti di animali che avevano predominato nel Mesozoico, come la maggior parte degli ordini dei Rettili, quali i Dinosauri e gli Pterodattili, e, tra gli Invertebrati, le Ammoniti, Belemniti, Rudiste ecc. Le piante si sono evolute notevolmente attraverso una progressiva riduzione delle Crittogame vascolari e delle Gimnosperme, tra le quali si sono però diffuse le Conifere di tipo più recente. Le Angiosperme, con il predominio di Dicotiledoni gamopetale, manifestano nell’era cenozoica quella varietà e complessità di tipi che si conserva tuttora [Fonte: Treccani].
  4. La Gola di Olduvai si trova nella piana di Serengeti in Tanzania e si trova nel versante occidentale della Rift Valley, la grande fossa tettonica che separa il Corno d’Africa dalle regioni centrali.
  5. […] Nella nostra specie il cranio neurale e andato incontro a un formidabile sviluppo espandendosi perlopiù verso l’alto. Nel corso dell’evoluzione, ci deve essere stato un momento (o una lunga fase) in cui il nostro neurocranio è passato da dimensioni simili a quelle che ha in uno scimpanzé attuale, che contiene un volume di meno di mezzo litro, alle dimensioni del nostro che ne contiene quasi un litro e mezzo. La paleontologia umana ha raccolto una quantità di evidenze sull’argomento, grazie a ricerche che si sono sviluppate nel corso di oltre un secolo. Ha così potuto ricostruire un fenomeno che e ovviamente di grande rilevanza, visto che dentro il neurocranio c’è il cervello e che sul cervello si e basato e si basa tutto il nostro successo (e anche le nostre responsabilità) di dominatori del pianeta. Questo fenomeno prende il nome di – encefalizzazione – e ha caratterizzato una buona parte della nostra evoluzione”. Giorgio Manzi, Homo Sapiens, Il Mulino, Bologna, 2006, p.35.

BIBLIOGRAFIA

  • Broglio Alberto, Introduzione al Paleolitico, Laterza, 1998.
  • Boncinelli Edoardo, Le forme della vita, Einaudi, 2006.
  • Facchini Fiorenzo, Origini dell’uomo ed evoluzione culturale, Jaka Book, 2002.
  • Manzi Giorgio, Homo Sapiens, Il Mulino, Bologna, 2006.
  • Manzi Giorgio, L’evoluzione Umana, Il Mulino, Bologna, 2007.
  • Raffi S., Serpagli E., Introduzione Alla Paleontologia, Utet, 1996.
  • Sterenly Kim, La sopravvivenza del più adatto, Raffaello Cortina Editore, 2004.
  • Tattersall Ian, Henke Winfried, Handbook Of Paleoanthropology, Springer 2007.