Home is Where One Starts… – Ai confini del Gaming

 

Che valore ha un ricordo?

Ai confini del gaming: il videogioco come forma d’arte, nuova terapia alternativa contro lo stress, al centro di coraggiosi esperimenti avanguardistici e biglietto per viaggi ultra sensoriali, o magari niente di più che ciarpame nato tra un fungo allucinogeno e una buona dose della polvere magica di Pollon.

Cosa, più dei nostri ricordi, è concretamente in grado di ricordarci che il tempo è un concetto relativo? Passato e presente, se ricollocati all’interno di un sistema chiuso – ma privo di limiti – quale la memoria, finiscono col mescolarsi perdendo la loro unicità e distinzione, con momenti di vita passata capaci di ritornare alla vita, per lo meno nelle nostre teste.
È risaputo che la memoria intesa come conservazione dell’esperienza è una caratteristica innata di quasi tutti gli esseri viventi. Tuttavia, per l’uomo, il suo ruolo eccede quest’unica condizione: è qualcosa di più. La memoria è croce, è delizia. È qualcosa al di là della nostra razionale comprensione. È la rimanenza di ciò che abbiamo perduto, è quello che siamo stati e di conseguenza ciò che siamo diventati.

Quale è il peso, l’influenza dei singoli momenti di ieri su quella che oggi, in questo preciso istante, è la nostra persona? Che valore ha un ricordo?
La risposta, secondo quella che è la mia personale opinione, è una sola: i ricordi sono tutto. Sono una parte inscindibile di noi stessi, il nostro tesoro più grande.
Ciò nonostante, ecco il rovescio della medaglia: sono anche il nostro tallone d’Achille, il nostro scheletro nell’armadio. Una fonte di amarezza per quello che è stato e che non sarà più, la coscienza degli errori commessi e delle loro irrimediabili conseguenze, oltre che campanelli d’allarme capaci di rammentarci che le lancette non smettono mai di scorrere. Croce e delizia.

Questo terzo appuntamento con Ai confini del gaming è dedicato a “Home is Where One Starts…”, un interessante titolo indie capace, nel suo piccolo, di toccare tematiche assai profonde per un videogioco, e di farlo con una semplicità e una “naturalezza” davvero sorprendenti.

 

Home is where one starts

 

Curiosando nel passato altrui

Home is Where One Starts ci affida una reminiscenza d’infanzia.
Siamo a Bumpass, in Virginia. È una mattinata d’autunno.
Il paesaggio è rurale, pacato e silenzioso: appena un filo di vento solleva le foglie cadute dagli alberi, oramai quasi spogli, mentre il sole si sta timidamente alzando nel cielo. All’interno di questa piacevole cornice, ecco ricollocati i ricordi del tempo che fu.
Quel giorno, la giovanissima protagonista aveva perso l’autobus per la scuola.
Aveva lasciato cadere lo zaino a pochi passi dalla porta di casa ed era rimasta immobile a osservare gli uccelli, immaginando di essere uno di loro, di volteggiare liberamente nell’aria e di volare fino alle stelle, via di lì. Come era solita fare, si era seduta al piccolo stagno, appena oltre la strada, cercando di acchiappare qualche pesce, per poi tentare più e più volte di arrampicarsi su quelle balle di fieno. A quei tempi le sembravano quasi delle montagne: se fosse riuscita a scalarle, allora sarebbe stata un gigante!
Si era nascosta nel suo luogo tutto speciale, la sua “reggia” a mille stanze, appositamente costruita per tutti i suoi giochi. Prima ancora, però, era andata ad ammirare una volta di più quel capolavoro nella capannetta vicino alla staccionata: chi mai poteva aver realizzato un’opera di tale bellezza? Continua a chiederselo ancora oggi, forte di un’unica certezza: un giorno, prima o poi, lo incontrerà, e potrà finalmente ringraziarlo.

Anche da adulta, come avrebbe mai potuto dimenticare la giornata nella quale per l’ultima volta riuscì a guardare il mondo con gli occhi di una bambina?
Aveva attraversato quel piccolo boschetto dietro casa un’infinità di volte, perdendo il senso del tempo nel cercare di capire se le cime di quegli alberi arrivassero a toccare il cielo, godendosi il loro profumo e l’incessante fruscio dei loro rami, ma in quell’occasione successe qualcosa di inaspettato.
Quella mattina, all’improvviso, cominciò a interrogarsi su quanti autunni quei meravigliosi esseri avessero già attraversato. Quante volte erano morti e poi, in primavera, tornati alla vita?
D’un tratto, aveva realizzato come il tempo, inesorabile e silenzioso, stesse facendo il suo corso, anche per lei. Era successo: era cresciuta.
Aveva intuito, oramai, che molte cose di lì a poco avrebbero cessato di essere magiche. Aveva compreso che non sarebbe più riuscita a ignorare le difficoltà che la circondavano, e che presto avrebbe dovuto affrontarle. Col cuore in gola, avrebbe dovuto vedersela con quel terrificante cimitero a pochi passi da casa, dove sapeva di aver perso ben più di “qualcosa”. Avrebbe guardato in faccia la realtà, smettendo di far finta di non vedere le lettere dei servizi sociali e la casa zeppa di bottiglie di alcolici, e prendendo amaramente coscienza di avere un padre che, forse, non era più in grado di occuparsi di lei.

Quella di Home is Where One Starts è la testimonianza di un’infanzia intera. È il lascito di un pezzo di vita irrimediabilmente segnato da avversità, traumi e incomprensioni, eppure, inspiegabilmente, così “mancante”, così agognato e irrazionalmente bello. A distanza di anni, dopo tutto ciò che è stato, dopo tutto quello è stato superato, la protagonista non può che chiudere gli occhi e sognare. Sognare di poter guidare ancora un’ultima volta la sua piccola bici, pedalando libera, con il vento ad accarezzarle il viso e nessun pensiero in testa.
Libera, nonostante tutto.

 

Home is where one starts

 

Toccata e fuga: ludicamente parlando

Home is Where One Starts è un’avventura esplorativa in prima persona, un cosiddetto “walking simulator”, elementare, intuitivo e, come da tradizione per il genere, completamente privo di qualsiasi forma di difficoltà.
Il giocatore ha la possibilità di girovagare liberamente in quello che fu il nido d’infanzia della protagonista, curiosando nel suo passato attraverso l’interazione con i più disparati oggetti. Nel titolo di David Wehle, infatti, non trova spazio un vero e proprio intreccio narrativo caratterizzato da un inizio e una fine, bensì un insieme di piccolissimi indizi. Dettagli, che se reperiti e valutati con la giusta attenzione sapranno essere ben più chiari ed esaustivi di quanto non possiate inizialmente immaginare. È come un mosaico: per vedere il risultato, bisogna prima mettere insieme tutte le piccole tessere.

Dal punto di vista della longevità, Home is Where One Starts si presenta quale un’esperienza “toccata e fuga”: mediamente, vi basteranno 20-25 minuti per portarlo a termine, senza traccia alcuna di rigiocabilità. Parlando per assoluti, è davvero poca cosa, anche se c’è da specificare che si sta parlando di un prodotto proposto a meno di tre euro.
Personalmente, ai temerari che decideranno di fare un tentativo, consiglierei di considerare la prima run come l’ultima, giocandola e soprattutto vivendola senza troppe riserve, con calma, approcciandovisi dunque con curiosità, perché solo in questo modo potrete scorgere la bellezza che si nasconde dietro alla semplicistica impalcatura di questo prodotto.

Per quanto riguarda ancora l’aspetto tecnico, Home is Where One Starts è forte di un comparto grafico altamente gradevole, con un’ambientazione di gioco che pur non essendo vasta risulta indubbiamente caratteristica, ispirata e ben realizzata. A questo va ad aggiungersi un tema musicale perfettamente adeguato, molto piacevole e in grado di elevare all’ennesima il già forte senso di nostalgia della quale l’intero titolo è impregnato, per un’atmosfera che molto probabilmente faticherete a dimenticare.

 

Home is where one starts

 

Concludendo…

Come oramai avrete ben capito, tutti i titoli che trovate all’interno di “Ai confini del gaming”, in un modo o nell’altro, sono vulnerabili dal punto di vista ludico. Gameplay miseri, longevità inclassificabili e “narrazioni sottocutanee” sono all’ordine del giorno, per una forma di intrattenimento radicalmente distanziata da quella alla quale i videogiochi, col tempo, ci hanno abituato.
Home is Where One Starts non fa eccezione: è un’esperienza sottile, costruita su silenzi e sensazioni. È una storia sui generis e raccontata attraverso piccoli dettagli, un’attenta riflessione sull’infanzia, sul passato e sul valore che i ricordi hanno per ognuno di noi.
Preferibilmente indicato per i giocatori più sensibili e quelli alla perenne ricerca di prodotti alternativi e “umanamente impegnati”, quello di David Whele è un titolo che difficilmente riuscirà a soddisfare il giocatore classico. Tuttavia, come si suol dire, tentar non nuoce. Potreste anche riuscire a sorprendervi.