Teenage Mutant Ninja Turtles: Mutanti a Manhattan – Recensione

Perché Platinum, percheeeeé?

Ci sono cose nella vita da vedere per credere. Orrori così profondi che anche una mente temprata dalle più terribili esperienze farebbe fatica a sopportare. Nel mondo dei videogiochi capita spesso di avere a che fare con simili atrocità e spesso l’esito non è dei migliori: si finisce per arrivare ai titoli di coda con un indelebile senso di sconforto impresso nell’animo, chiedendosi se riusciremo mai a ritrovare la salute psicofisica andata perduta.

Avrete già capito dove vogliamo andare a parare: forse abbiamo dipinto un quadro catastroficamente romanzato, ma dopo aver giocato una manciata di ore all’ultimo gioco dedicato alle Tartarughe Ninja (un tempo sufficiente a completare tutta l’avventura, tra l’altro), non possiamo che riportare la sensazione di puro sgomento che ci ha travolti fin dal primo momento in cui abbiamo preso in mano il pad. Se vorrete accompagnarci in questo viaggio, tenteremo di spiegarvi perché abbiamo speso parole tanto dure nei confronti di TMNT: Mutanti a Manhattan, l’ultima opera targata Platinum. Sì, esatto, Platinum: una delle software house più in voga, quando si tratta di hack and slash di questo genere. Forse, buona parte del trauma sarà derivato anche da questo.
mutanti a manhattan

 

Stile mutante

Cominciamo con quello che è forse l’unico aspetto positivo di tutto il gioco: lo stile grafico. Contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare, Mutanti a Manhattan presenta un taglio ben diverso rispetto a quello della classica serie animata degli anni ’90, e non si avvicina neppure ai numerosi film Live Action dedicati alla quattro tartarughe; quello che viene proposto, invece, è un mix abbastanza originale capace di unire il tratto particolare di certi fumetti con i colori vivaci che caratterizzano gran parte dei cartoon per ragazzi. Questo però, come dicevamo, è veramente l’unico pregio che possiamo mettere in evidenza, perché per quanto riguarda il resto siamo dalle parti di un brutto titolo per Playstation 2, con tutte le conseguenze del caso: le animazioni sono fin troppo rigide, incapaci di restituire quel senso di puro dinamismo che contraddistingue altre opere targate Platinum, mentre per quanto riguarda le ambientazioni, la situazione è addirittura peggiore se consideriamo il livello di dettaglio bassissimo, gli effetti di illuminazione a dir poco primitivi e la fisica inesistente. In TMNT: Mutanti a Manhattan tutto appare piatto, anonimo, senz’anima: non c’è inventiva né un minimo di ispirazione. Sia che si tratti di spazi aperti che di lunghi corridoi intrecciati tra loro, la sensazione che se ne ricava è sempre la medesima, soprattutto a causa di un particolare impossibile da ignorare: il frame rate BLOCCATO a 30 fotogrammi per secondo. Certo, un action per funzionare non ha bisogno dei fatidici 60 FPS stabili, ma è intollerabile che un gioco con un comparto grafico così scarso non riesca neanche a raggiungere questo traguardo. Lo sconcerto che si prova di fronte a tanta povertà, però, non è nulla se paragonato al sentimento di puro sdegno che emerge con prepotenza una volta avviata la partita. Prima di aprire il capitolo dedicato al gameplay, tuttavia, c’è ancora un elemento da prendere in esame.

Parlare della trama in un gioco avente per protagoniste le iconiche quattro tartarughe sembrerebbe un’operazione inutile. Cosa ci si potrebbe aspettare se non un semplice pretesto per riunire insieme alcuni dei personaggi più celebri di sempre? In effetti sostenendo questa tesi non ci troveremmo certo in errore, ma va ammesso che la sceneggiatura è stata maneggiata da qualcuno che conosce bene il materiale di partenza: nella fattispecie stiamo parlando di Tom Waltz, autore di IDW Publishing, la testata che ha pubblicato alcuni dei fumetti dedicati proprio alle tartarughe ninja. Volendo, potremmo considerare anche questo uno dei pochi aspetti positivi del gioco anche se, così come il nome dei Platinum non è bastato a rendere il gameplay all’altezza delle aspettative (e tra poco vedremo perché), anche per quanto riguarda il coinvolgimento di un esperto del settore il risultato ottenuto non è comunque dei più apprezzabili.

Innanzitutto va detto che la storia non offre alcun tipo di introduzione che permetta ai nuovi arrivati di familiarizzare con i personaggi: si parte dal presupposto che tutti conoscano Leonardo, Michelangelo, Raffaello e Donatello, così come Shredder, Krang, Bebop e Rocksteady. Per quanto riguarda lo sviluppo della vicenda in sè, ci si trova di fronte a quello che potrebbe essere stato un normale episodio della serie televisiva, coi cattivi che attuano un piano malvagio per conquistare “il mondo” e i nostri eroi che si gettano al salvataggio. La serietà del tutto è mitigata da siparietti comici in puro stile Ninja Turtles, e non mancano neanche molti degli elementi fantascientifici che ci saremmo aspettati da un’opera di questo tipo. Purtroppo, gran parte dei dialoghi o delle battute appaiono scontati e incapaci di coinvolgere; lo spettatore si scopre quasi sempre disinteressato e si lascia scorrere di fronte a sè le brevi sequenze filmate come fossero (e in parte è così) dei semplici riempitivi tra una missione e l’altra. Il doppiaggio in italiano fa il suo bel lavoro, ma questo non basta ad esaltare un comparto narrativo fin troppo moscio, complice anche la mancanza di una regia capace di valorizzare quelle che dovrebbero essere le scene più importanti dell’avventura. Un altro punto da aggiungere alla lista di tutte quelle cose che non ci saremmo aspettati da un titolo targato Platinum.
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Qualcosa è andato storto…

Dopo l’ottimo Transformers Devastation, uscito da poco meno di un anno, tutti ci aspettavamo che i Platinum avrebbero riservato lo stesso trattamento anche per le Tartarughe Ninja, proponendo un titolo che potesse vantare la stessa qualità di quello dedicato ai robottoni Hasbro. Quello che invece ci siamo ritrovati tra le mani è il sequel spirituale di Legend of Korra, che fino a qualche giorno fa poteva essere considerato senza ombra di dubbio la peggiore produzione di questo talentuoso team di sviluppo. Adesso però (e lo diciamo con un rammarico che non potete immaginare) questo primato va attribuito a Mutanti a Manhattan, senza dubbio uno dei più brutti action mai concepiti, e ormai macchia indelebile sul curriculum della software house.

Le basi sono quelle tipiche dei giochi di questo genere: avremo a disposizione un attacco debole e uno pesante, delle mosse speciali attivabili in ogni momento con la semplice pressione di un tasto, e un inventario pieno di oggetti curativi o di power up assortiti. Durante una sessione di combattimento saremo in grado di recuperare battle points (che aumenteranno in base alla valutazione ottenuta) da utilizzare come valuta per acquistare nuove abilità. Avremo poi a disposizione un negozio dove potremo rifornirci di tutto il necessario per affrontare al meglio ogni situazione, raggiungibile anche nel bel mezzo di un livello. Suona tutto molto semplice, non è vero? In effetti è così, ma questo non sarebbe affatto un difetto, dato che l’immediatezza si rivela come uno degli aspetti più apprezzabili quando parliamo di giochi con un’impostazione marcatamente arcade.
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Quando si inizia?

I problemi sono di tutt’altra natura, e sono enormi. Per prima cosa, il battle system di TMNT: Mutanti a Manhattan non è affatto divertente, e questa è una magagna non da poco per un action puro. Quella sensazione di fluidità che dovremmo provare quando scagliamo un attacco contro i nemici è completamente assente, mentre il numero di combo a nostra disposizione risulta a dir poco imbarazzante (non è presente neanche una lista delle tecniche principali, giusto per farvi capire quanto è grave la situazione). I nemici sono poco ispirati e vengono riproposti praticamente identici in ogni livello, fattore che contribuisce a rendere l’esperienza ancor più ripetitiva di quanto già non sia.

A condire il tutto vi è un complesso sistema di schivate e contrattacchi, che richiede però un tempismo d’esecuzione talvolta davvero eccessivo. Ma non dovrete preoccuparvi di imparare a gestire alla perfezione questa procedura, perché a causa di quello che è forse il difetto principale del gioco, quello che ne impedisce una completa e soddisfacente fruizione, avrete le spalle coperte praticamente dall’inizio alla fine. Stiamo parlando del fatto che le quattro Tartarughe sono costantemente presenti su schermo, e mentre a voi toccherà prendere il controllo di una qualsiasi di esse, una IA fin troppo efficiente gestirà contemporaneamente le altre tre. Questo comporta innanzitutto una confusione totale che vi impedirà di capire cosa stia succedendo di fronte a voi: vi troverete a vagare spaesati in un’orgia di ninja che si combattono senza sosta, nel vano tentativo di individuare una possibile preda. Quando finalmente sarete riusciti nell’intento, ecco che uno dei vostri compagni interverrà per porre fine a ciò che voi avete iniziato, senza neanche concedervi la soddisfazione di mettere a segno il colpo definitivo. Insomma, il gioco si porta avanti da solo, con o senza il vostro aiuto. Fortuna vuole che la situazione cambi durante lo scontro coi boss di fine livello, enormi bestioni da buttare giù azzerando sette (SETTE!) barre di energia consecutivamente. A quel punto il sistema di schivate comincia a mostrare la sua utilità, ma è sempre troppo poco considerando la povertà dell’offerta ludica generale.

Per quanto riguarda l’esplorazione, in TMNT: Mutanti a Manhattan è tutto talmente inconsistente che non varrebbe la pena neanche parlarne. A parte raccogliere i soliti collezionabili o risolvere qualche obbiettivo secondario (hackerare un computer, disinnescare bombe e così via), il gioco non offre alcuna variazione sul tema principale o qualunque altro stimolo sufficiente a rendere una missione effettivamente divertente.

L’unica nota positiva è legata alla capacità di ogni tartaruga di equipaggiare e potenziare abilità speciali semplicemente accumulando abbastanza “punti esperienza”, elemento che permette di personalizzare i protagonisti come meglio crediamo. Peccato che per raggiungere questo traguardo saremo costretti a ripetere più volte le stesse missioni: e data la natura estremamente ripetitiva del titolo non sarà un’impresa facile.
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Concludendo…

Alla fine della fiera TMNT: Mutanti a Manhattan si rivela un gioco semplicemente pessimo sotto ogni punto di vista. Non è bello da vedere, è noioso e ripetitivo, dura pochissimo (non impiegherete più di 4 ore e mezza per completare l’avventura) e presenta tanti altri difetti minori che rendono l’esperienza decisamente insoddisfacente. Per farvi alcuni esempi, il sistema di valutazione che attribuisce un punteggio alle nostre performance pare del tutto casuale (a volte otterremo il migliore risultato possibile pur avendo subito una batosta clamorosa) e la colonna sonora è quanto di più anonimo possiate immaginare. Fallimentare sotto tutti i fronti, TMNT: Mutanti a Manhattan non dovrebbe essere preso in considerazione neppure dai fan più accaniti delle tartarughe ninja, e di certo non vale i 50 euro a cui viene venduto. Passate oltre, e fate finta di non aver visto niente.

In breve

  • Genere: Hack and slash
  • Sito web: Vai al sito
  • Data di rilascio: 27 maggio 2016
  • Sviluppatore: Platinum Games
  • Distributore: Activision
  • Publisher: Activision
  • Pegi:

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