90: La paura

Inutile illudersi che gli Stati Uniti siano tutti come San Francisco, Miami o New York. Il lato patinato e ultramoderno che ci viene propinato tramite le vie mediatiche principali (e a cui molti, poi, abboccano) non è che una truffa. La vera America non è certo quella delle “beautiful people”, dei grattaceli, di Hollywood, del successo e dei bei quartieri borghesi con i prati all’inglese. Piuttosto è quella che si affaccia attraverso diversi racconti letterari e cinematografici: l’America rurale, arida, desertica e spopolata, oppure quella dei gelidi stati del nord, dove un tasso di densità di popolazione ridicolo e climi più che aspri rendono tutto decisamente meno divertente rispetto alle frequentatissime coste della California o della Florida.

Ma come mai mi soffermo sulla distinzione tra queste due facce degli States? Beh, perché non c’è nulla di più horror dell’America rurale, fuori dalla civiltà veloce e globalizzata, persa, oscura, noir, spesso impregnata di culture pagane di derivazione indigena o colonica. Non a caso, in diverse opere horror/thriller, sono state scelte come ambientazioni proprio queste zone di confine culturale, con fattorie circondate da miglia di campi di granoturco, steppe desertiche attraversate da strade desolate o grandi pianure disabitate.

Sembra lo sappiano molto bene i ragazzi di Red Barrels, che con il primo capitolo di Outlast ci hanno portato in una misteriosa e raccapricciante clinica psichiatrica tra le montagne del Colorado, e ora si spingono un po’ più a sud ambientando tutta la vicenda di Outlast 2 in Arizona, tra foreste di pini, lande steppose e il nulla cosmico. La scelta non poteva essere delle migliori, anche se il team canadese ha dovuto fare i conti con un pesante fardello: quello delle alte aspettative degli utenti.

Il primo Outlast riuscì infatti a emergere dal panorama indipendente e a essere giocato anche da chi non era necessariamente interessato all’indie horror, guadagnandosi un posto di diritto tra i survival horror più terrificanti di sempre.

Sarà riuscito il secondo capitolo della serie a replicare l’incredibile successo del predecessore e a scavarsi una nicchia sanguinosa nei nostri cuori di amanti dell’orrore?

outlast 2

Per aspera ad inferos

Outlast 2 segue le vicende di un cameraman di nome Blake Langermann che, con la moglie Lynn, lavora nell’ambito del giornalismo investigativo, indagando su casi oscuri che in pochi hanno coraggio e voglia di approfondire. La stupenda cutscene iniziale ci vede sorvolare in elicottero, assieme a Lynn, i dintorni di una fabbrica dopo il ritrovamento da parte della polizia del cadavere di una donna incinta e sconosciuta, soprannominata Jane Doe e probabilmente assassinata. Lynn è convinta che la vicenda abbia molti lati oscuri e per questo ha viaggiato, assieme a Blake, verso l’Arizona per un’indagine diretta sul campo.

Durante le prime riprese a bordo dell’elicottero, il cielo viene squarciato da un lampo accecante e da un rumore lugubre e violento. Il velivolo va in avaria, precipita e Blake si ritrova a terra, da solo, immerso nel buio di una foresta.

La ricerca di Lynn segnerà l’inizio di un’avventura che lo farà precipitare in un marasma di orrori umani quasi inconcepibile. Ben presto l’uomo farà la conoscenza di una piccola comunità religiosa chiamata Temple Gate e guidata da un certo Padre Knoth, caratterizzata da un fanatismo religioso che spesso sfocia nella follia e nel degrado subumano. Tra le maglie di orrori che vanno ben oltre oltre la comune definizione di malvagità, Blake sarà costretto a confrontarsi con le indicibili atrocità messe in atto dai folli seguaci di Knoth. Non vi è ombra di dubbio sul fatto che Outlast 2 abbia un comparto narrativo più rifinito rispetto a quello del primo capitolo, e si vede sin dalle primissime battute. L’anima di un horror è l’atmosfera, costruita ad hoc non solo a colpi di pericoli in agguato, oscurità e dettagli macabri, ma anche grazie a basi narrative solide, che in Outlast 2 diventano uno dei principali elementi ansiogeni di tutto il “corpus” del gioco.

La lenta e inesorabile discesa verso “l’Inferno dell’Uomo” raccontata da Outlast 2 segue il filo di molteplici linee narrative, tutte perfettamente coerenti tra di loro. L’opera scuoia, letteralmente, il concetto dell’interpretazione delle sacre scritture e propone una pletora di personaggi caratterizzati in maniera molto netta, senza edulcorazioni psicologiche di sorta. Ogni antagonista, con i suoi fanatismi e le sue caratteristiche fisiche e comportamentali, rappresenta infatti una diversa personificazione del male più puro. Blake non prova mai comprensione o empatia per i suoi aguzzini, la cui follia non deriva da traumi o sofferenze, ma si manifesta come una volontà inarrestabilmente votata al male, all’egoismo, all’irrazionalità, alla lussuria, alla fame di sangue e di potere.

outlast 2

State attente, piccole mani, a ciò che fate…

Outlast 2 ripropone la medesima formula di gameplay già vista con il primo capitolo e il Dlc Whistleblower, con qualche piccola aggiunta qua e là al fine di rendere l’avventura più immersiva e terrificante.

Parliamo ovviamente di un survival horror dove le risorse a supporto del protagonista sono nulle, e le sole “armi” che si hanno a disposizione sono la fuga e qualche nascondiglio. Negli ultimi anni si è coniato il termine hide and seek (letteralmente il gioco del nascondino) per descrivere questa tipologia di gioco e, in fin dei conti, non è del tutto sbagliato.

Se si dovesse riassumere in un sostantivo la dinamica ludica di Outlast 2, sarebbe sicuramente “persecuzione”. Nonostante la maggiore ampiezza delle ambientazioni, il senso di soffocamento psicologico, la pesantezza dell’aria e dei suoni sono, per assurdo, doppiamente percepibili. Il discreto, ma spesso fondamentale, aiuto della nostra telecamera è stato leggermente ampliato in accordo al fatto che Blake è, in fin dei conti, un cameraman professionista. Infatti, durante la funesta avventura, Blake può fotografare o addirittura filmare video di eventi particolarmente significativi o scioccanti, e la videocamera è fornita, all’occorrenza, di un sensore sonoro. Questo può risultare particolarmente utile se si vuole sapere cosa sta accadendo dall’altra parte di una porta o di un muro al fine di pianificare la prossima mossa, nella speranza di evitare morti improvvise (le quali saranno copiose in ogni modo).

Blake non è propriamente un’atleta e, come ogni comune mortale, dopo una corsa sfiancante si stanca e rallenta di molto l’andatura. I parametri della stanchezza devono essere tenuti d’occhio (non esistono indicatori, ovviamente, è tutto affidato alla percezione del giocatore)  e correre per lunghe distanze è sconsigliato visto che, inevitabilmente, si finisce per rallentare e farsi raggiungere dai nemici. In questo, in effetti, Outlast 2 differisce di molto, e in positivo, rispetto al primo capitolo. Anche ora avremo a che fare con fasi di soli inseguimenti, dove o si corre a gambe levate o si muore, ma in generale l’interazione/scontro col nemico è pensata per spingere il giocatore ad assecondare dinamiche stealth più che un approccio del genere “corro come un razzo e dove arrivo arrivo”. In questo senso, il gioco tende a offrire un maggior numero di opportunità per celare la propria presenza agli inseguitori, che vanno colte senza mai dimenticare che il protagonista, in fin dei conti, è un uomo comune alle prese con circostanze straordinariamente macabre. Circostanza che Outlast 2 sottolinea con un espediente tanto semplice quanto brillante: la miopia. Sia che Blake perda gli occhiali temporaneamente, sia che si trovi coinvolto in situazioni particolarmente stressanti, il giocatore subirà gli effetti di momentanei cali della vista tutt’altro che piacevoli, vista anche la moltitudine di pericoli celati in piena vista.

outlast 2

State attenti, piccoli occhi, a ciò che vedete…

Rispetto al primo Outlast, ambientato tra le tetre stanze di un ospedale psichiatrico, questo secondo capitolo segna un cambio di direzione che non passa certo inosservato. Oltre alla decisa svolta in termini di setting, da interni ospedalieri asettici ad ambientazioni rurali e campestri, Outlast 2 offre continua variazione di scenari, ognuno con le sue caratteristiche e con i suoi specifici abitanti: da comunità religiose segregate in oscuri villaggi, fino ad accampamenti sudici in mezzo alle alture boscose dell’Arizona, passando per fasi visionarie all’interno della scuola che il protagonista frequentava da bambino, forse le scene il cui l’eco dell’occlusione e del senso di pericolo si fa più forte.

Il continuo gioco di luci e ombre, soprattutto nelle ambientazioni esterne, mi ha causato più di una volta (e certamente non sono miope come Blake) delle illusioni ottiche, trovandomi a temere che la semplice silhouette di un cespuglio fosse una figura umana in agguato. Ma tutto ciò non è solamente frutto di una distorsione prettamente ottica: Outlast 2 emana di un senso di oppressione praticamente perenne che porta, non così raramente, a vedere o sentire ciò che di fatto non esiste. Merito anche degli effetti sonori e delle musiche, queste ultime in grado di agire come uno spaventoso complemento agli orrori visivi del gioco. Soprattutto nelle fasi più concitate, quando saremo letteralmente circondati da nemici e non sapremo dove andare, con conseguenze disastrose sulla nostra già precaria salute mentale, oramai del tutto azzerata.

Inoltre è assente ogni tipo di interfaccia (se non quando si guarda nella telecamera, come è nella realtà, dopotutto) e l’inventario consiste semplicemente nell’abbassare gli occhi e guardarsi nelle tasche del cappotto (in una tasca ci sono le batterie, in un’altra le bende per curarsi), tutto in tempo reale e senza mettere in pausa il gioco. L’immersività la fa da padrona e anche le fasi scriptate delle cutscene non creano nessun senso di rottura.

Insomma, la nuova opera dei Red Barrels è un capolavoro dell’orrore e della tensione psicologica, in grado di colpire tutti i sensi con incredibile ferocia.

outlast 2

Concludendo…

Sarà riuscito Outlast 2 a superare le alte aspettative accumulate dopo il primo capitolo? Assolutamente sì. Se il primo lavoro dei Red Barrels era un’ottima prova di indie survival horror, frutto di un curatissimo lavoro sul lato degli effetti e della suggestione, quest’ultima opera è l’emblema della crescita artistica di un team che dimostra di poter andare oltre, sfornando un titolo che non teme alcun paragone con i mostri del mercato tripla A. L’attenzione alla narrazione e all’approfondimento sociopsicologico è un’ulteriore passo avanti che spero noteranno in molti, non soffermandosi solamente sul fatto che, effettivamente, è un gioco che riesce a spaventare.

In breve
Condividi
Articolo precedenteUn indizio scovato nella versione Steam di Bayonetta potrebbe aver svelato l’arrivo di Vanquish su PC
Prossimo articoloGuardians of the Galaxy: The Telltale Series – Episodio 1
Giocatrice tendenzialmente onnivora, nonostante la sua fede primaria rimanga il survival horror classico, avendo trovato la sua dimensione nutrendosi di pane, ansia e Silent Hill. Il suo campo di competenza è l’indie game e l’horror e perde sudore e fatica nell’analisi del lato artistico e, spesso, poetico del videogioco.