L’eredità di Slender

Quando nel 2012 uscì il gioco freeware Slender: The Eight Pages, una grande fetta di utenza di videogiocatori ne rimase ossessionata: i gameplay su youtube cominciarono a diventare virali e non vi era nessuno che non avesse sentito parlare, almeno una volta, dello Slenderman e del gioco in questione. Tralasciando, in questa sede, la storia riguardo la nascita della creepypasta e la sua successiva trasformazione in prodotto videoludico vorrei soffermarmi, invece, sulle meccaniche di gioco che questo titolo possedeva.

Slender: The Eight Pages ebbe una larga diffusione in molte frange di giocatori proprio perché presentava un approccio di gioco non molto impegnativo, basato più su una sfida da superare che un’esperienza ludica vera e propria.
La totale mancanza di trama, di atmosfera e di profondità non hanno però compromesso la sua diffusione, sostenuta totalmente dal “fascino” della figura dello Slenderman. Il gameplay consisteva nel raccogliere, appunto, 8 pagine di diario, evitando di essere trovati dal mostro.
Oggi parliamo di un titolo che riprende a pieno il gameplay del sopracitato inserendo, però, la figura del Wendigo, creatura demoniaca facente parte della mitologia dei Nativi Americani dell’estremo Nord degli Stati Uniti.

Alla ricerca dei totem

Seeking Evil: The Wendigo è un titolo senza particolari pretese narrative. Da una parte è un peccato, visto che utilizzare la misteriosa e macabra figura del Wendigo solamente per scopi “estetici” è abbastanza riduttivo e impersonale. In ogni modo, le poche pretese del gioco si palesano fin da subito: il suo unico scopo è, ovviamente, sopravvivere alla creatura che ci perseguita.
Il protagonista si sveglia in una foresta e tutto ciò che sa è che deve sconfiggere il Wendigo dando fuoco a tutti i totem presenti nel luogo. Attenzione e sangue freddo serviranno a evitare il mostro, il cui arrivo è annunciato da una forte luce rossa dalla quale  non dovremo essere colpiti. Ovviamente (proprio come in Slender: The Eight Pages) più totem bruceremo, avvicinandoci alla conclusione dell’impresa, più diverrà difficile evitare il Wendigo.

Seeking Evil: The WendigoBruciali!

Gli oggetti utilizzabili dal protagonista sono pochi. Nella foresta è possibile raccogliere torce, ma gli strumenti che si riveleranno veramente fondamentali sono l’accendino, indispensabile per bruciare i totem, e un Ankh (la croce ansata dell’Antico Egitto) che ci permetterà di scansionare l’area per trovare più facilmente i totem, i quali verranno illuminati di blu dal suo potere.
Cercando i vari totem, ci capiterà spesso di avvistare l’ambigua luce rossa che, accompagnata anche da versi inequivocabili, ci avvertirà della presenza del Wendigo nelle vicinanze. Scappare o nascondersi tra i cespugli o dietro agli alberi saranno le due opzioni da scegliere.
seeking evil: the wendigo

La foresta maledetta

Seeking Evil: The Wendigo è, come già accennato, un titolo senza pretese, quindi anche la grafica ed il comparto artistico seguono questa strada, rivelando un lavoro proiettato a un gioco di tipo “usa e getta” più che a un titolo di spessore. Nonostante l’accesso anticipato, non sono presenti particolari bug grafici. Solamente l’animazione del tasto per accovacciarsi è totalmente da rivedere, con un passaggio di fotogrammi troppo veloce che dà un senso di rottura al classico gesto del “crouching” veramente fastidioso agli occhi.
seeking evil: the wendigo

Concludendo…

Seeking Evil: The Wendigo è un titolo sicuramente non adatto ai palati più raffinati dell’horror videoludico. Il gioco farà sicuramente storcere il naso a molti per la mancanza totale di trama e per il gameplay “alla Slender” che fece rabbrividire, già tempo fa, tutti i puristi del genere. Se si è interessati alla mera sfida (che spesso, è lecito precisare, sfocia nella frustrazione bella e buona), non si ha fame di approfondimento psicologico e narrativo e si ha amato Slender: The Eight Pages, ci si può di sicuro fiondare in questa avventura “fast food horror”.

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Giocatrice tendenzialmente onnivora, nonostante la sua fede primaria rimanga il survival horror classico, avendo trovato la sua dimensione nutrendosi di pane, ansia e Silent Hill. Il suo campo di competenza è l’indie game e l’horror e perde sudore e fatica nell’analisi del lato artistico e, spesso, poetico del videogioco.