Fernandello

Per quelli come noi, coloro che tentano di tramutare la propria passione per i videogiochi in un lavoro, la domanda più temuta di tutte è “ho saputo che stai lavorando, di che cosa ti occupi?” Forse il momento della risposta è ancor più pesante e imbarazzante di quello della domanda…

Badate bene, non si parla di “imbarazzante” perché quasi ci si vergogna di ciò che si fa, assolutamente no, ma perché spesso si ha la netta sensazione di venir presi per un misto tra un buffone e un degente della struttura psichiatrica vista in “Qualcuno volò sul nido del cuculo” con Jack Nicholson. Ad ogni modo, tentando di simulare estrema naturalezza, ci si schiarisce la gola, e si risponde “faccio il giornalista di videogiochi” sperando di non provocare sguardi stupefatti e risolini mal celati tra gli astanti.

Avete presente la classica zia indiscreta e la trinità dell’imbarazzo “a quando la laurea, a quando la fidanzata, e a quando un lavoro?” Probabilmente rispondendo a quest’ultima domanda con “giornalista videoludico”, il più delle volte ci si ritrova a pensare che sarebbe stato meglio restare in silenzio.

Perché, specie in questo paese, chi vuole entrare a far parte del mondo dell’informazione del settore è costretto a vedere la propria dignità e credibilità messe sullo stesso piano di quelle di Herbert Ballerina nei panni di Fernandello?

“Voglio lavorare all’estero e divenire uno scienziate.”

Un problema etimologico

Quelli che ignorano la potenza espressiva del nostro medium preferito, spesso tirano in ballo il videogioco in due occasioni: il telegiornale di turno lo chiama in causa quando avviene un omicidio perpetrato da un ragazzino, mentre le madri lo condannano come fonte suprema di distrazione dei propri figli, magari in occasione del ritrovo con le amiche al bar. In sede è meglio occuparsi soltanto del secondo caso, anche perché se volessimo prendere in esame il primo non ce ne usciremmo più.

Dicevamo, spesso la credibilità del videogioco crolla, dinanzi agli occhi degli ignoranti in materia, per una sorta di fraintendimento etimologico. Videogioco è una parola composta da “video” e “gioco” ed è per la sola presenza di quest’ultima che molti non arriveranno mai a considerarlo diversamente da un surrogato virtuale di Action Man o dei soldatini di plastica.

Ebbene, per tutti i viandanti del web che si imbatteranno per caso in questo articolo, sappiate che il videogioco non è un giocattolo.

Film in inglese significa pellicola, e non giustapposizione di inquadrature elevabile a opera d’arte in alcuni casi, anche se questo è il senso della parola film. Esattamente allo stesso modo, il videogioco non è un giocattolo elettronico telecomandabile con un aggeggio che si chiama controller. Sono ormai numerosi quei videogiochi che riescono a emozionare oltre che a intrattenere magistralmente, numerosi quei videogiochi da considerarsi, al pari dei film, come opere d’arte. Essi sono il risultato di un coacervo di moltissimi creativi che mettono le loro competenze al servizio di un’idea per permetterle di concretizzarsi in stupefacente realtà.

E perché se esistono i critici che si occupano di vedere e giudicare un film, o i siti di informazione che riportano trailer, notizie e interviste riguardanti il mondo della settima arte, lo stesso non potrebbe avvenire per il videogioco?

Un esempio per ghermirli, e nel buio incatenarli

Hai appena concluso una giornata di lavoro, magari con un turno mattutino da news manager, un lungo editoriale nel pomeriggio, e una sessione di gioco prolungata necessaria al completamente di un determinato titolo, causa recensione. Finalmente puoi ricordarti che hai degli amici e, potenzialmente, anche una vita sociale. Apri il frigo e trovi i cannelloni con carne e besciamella miracolosamente sopravvissuti al furore mangereccio del tuo vecchio, li scaldi alla buona e te ne cibi. Abbandoni gli abiti da “desperate housewife”, ti lavi (forse) e ti vesti. Sei finalmente in strada con gli amici o con la fidanzata ma, si sa, cambiando il nome degli addendi il risultato non cambia: puntuale l’arrivo del conoscente (o della conoscente) che inizia ad analizzarti da cima a fondo con quei dannati occhietti volpini. Una volta terminata la scansione che nemmeno Vegeta con lo scouter, esordisce più o meno così “ehi, sei certo di stare bene? Ti vedo stanco e assente”. Il problema etimologico si ripresenta in tutta la sua imponenza proprio quando fornisci una risposta a questa domanda…

“Vabbè, è vero che non ne capisco nulla, ma alla fine che hai fatto? Hai giocato.”

Quello è il momento esatto in cui puoi scegliere due differenti soluzioni. Puoi cercare di indottrinare velocemente l’ignorante, augurandoti che sia abbastanza intelligente per capire, oppure non riesci a mantenere la calma e assumi uno sguardo da killer psicopatico che farebbe impallidire Hannibal Lekter in persona.

Il Medico e lo zappatore

Udite, udite, con il ventunesimo secolo, l’avvento di internet e delle nuove tecnologie, c’è stato un conseguente ampliamento delle professioni e delle figure professionali all’interno del mondo del lavoro. Continuare ad avere un concetto classico di lavoro, con medici, ingegneri e avvocati da una parte e commessi, camerieri e zappatori dall’altra, non può che risultare obsoleto e limitato.

Una make up artist, un grafico, un videomaker, un giornalista del settore videogiochi, oggi offrono dei servizi altrettanto importanti e non sono assolutamente, perdonate il francesismo, delle scuse per non fare un cazzo come molti credono.

Essere impegnati in una recensione, spesso con tempi pesantemente risicati, non vuol dire fare la partita a FIFA con gli amici, ma significa offrire un servizio e una tutela a tutti i consumatori di videogiochi che decidono di affidarsi al parere di questa o quella testata prima di spendere 70 euro. Passare ore e ore della propria giornata a cercare novità interessanti sul mondo dei videogiochi per poi riportarle, tradotte, all’attenzione della propria utenza, non è come perdere la giornata a cazzeggiare davanti al computer. Un medico deve conoscere la complessità del corpo umano come le sue tasche per poter salvaguardare la salute di un proprio paziente, e anche noi dobbiamo adottare un approccio analitico ben preciso per guidare al meglio la nostra utenza. Qui alcuni di voi mi diranno “ehi aspetta, il medico si occupa di salvare vite mica di intrattenimento”, ovviamente è come dite voi, ma l’intrattenimento, oggi, non è un aspetto importante della nostra vita?

 

 

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Ha conseguito una laurea triennale in fotografia, cinema e televisione e, attualmente, si dedica a tempo pieno alla divulgazione dell’arte audiovisiva definitiva: il videogioco. Gira e sceneggia cortometraggi, video di dubbia sanità mentale con The Gentlemen e cura il canale YouTube “Lo Spazio di Donte”. Assieme ai compagni d’arme in Cyberludus.com e VG24/7.it, cerca di crescere nel campo del giornalismo videoludico ma, mal che vada, continua a coltivare il sogno proibito: costruire un insieme di piattaforme in mezzo al mare senza il controllo di governi, sistemi e religioni… Outer Heaven.