Il 14 marzo, a un mese esatto dal giorno di San Valentino, è usanza in Giappone per i ragazzi regalare del cioccolato alle ragazze per le quali provano qualcosa, quel giorno è chiamato White Day. Tale usanza, di recente adozione, è divenuta talmente celebre da diffondersi anche in altri Paesi dell’estremo oriente come la Corea del Sud, ed è proprio qui che prende vita il survival horror sviluppato da Sonnori nel 2001 e che adesso si appresta a sbarcare su PlayStation 4 e PC Steam.

Un DNA glorioso

Come abbiamo già accennato nell’anteprima, White Day A Labyrinth Named School è un prodotto che, visto il periodo in cui è stato sviluppato, risente ancora di un certo modo di concepire il survival horror in oriente. Le atmosfere, le meccaniche di gioco, in pratica tutti gli elementi che lo compongono sono figli di nomi illustri del genere come Resident Evil, Silent Hill, Clock Tower, Forbidden Siren e sopratutto Project Zero.
La storia ci mette nei panni di Hee-Min Lee, uno studente che si è preso una cotta per una ragazza di nome So-Young Han. Durante una pausa dalle lezioni, lei dimentica il suo diario nel giardino della scuola, Lee lo trova e decide di riportarglielo, magari per approfittarne e scambiare due chiacchiere. La sera stessa il ragazzo torna all’istituto ma vi rimane inavvertitamente bloccato dentro, vagando in cerca del modo di raggiungere la classe di Han scopre di non essere solo e che l’edificio in cui si trova, utilizzato come ospedale durante la guerra di Corea, nasconde molti segreti.

Guardie e ladri

White Day è un survival horror puro che offre esclusivamente una visuale in prima persona, il che ci porta a vivere tutta l’avventura in modo più intenso e coinvolgente ma lascia anche trasparire sentori da punta e clicca che potrebbero infastidire i giocatori più intransigenti. Si tratterà sempre di andare da un punto A a un punto B, di esplorare stanze buie e tenebrose, risolvere enigmi, trovare chiavi e raccogliere oggetti. Alcuni di questi saranno utili alla nostra sopravvivenza, altri ci racconteranno le vicende della scuola, le voci e i misteri riguardo eventi accaduti in passato, come la morte per suicidio o la sparizione inspiegabile di alcuni studenti. All’opprimente atmosfera si uniscono anche i classici jumpscare, che non mancheranno di farvi saltare dalla sedia ma l’elemento più caratteristico nonché quello che diventerà l’ossessione del giocatore, è il bidello. Dopo una breve e violenta introduzione, costui inizierà a girovagare per la scuola. La sua presenza asfissiante e ansiogena sarà avvertibile dal tintinnio delle chiavi che porta con sé e dalla luce della torcia che utilizza per farsi strada tra i corridoi bui. Una volta avvistati non vi sarà alternativa se non quella di fuggire, non è infatti possibile affrontarlo, pena la morte causata dalle ferite che ci verranno inflitte sadicamente con una mazza da baseball. A differenza di quanto si possa pensare il titolo non offre meccaniche stealth, anche se l’unico modo per sfuggire alle grinfie del bidello sarà quello di nascondersi nei bagni che, come oasi di salvezza, saranno disponibili su ogni piano dell’istituto. Sfortunatamente, come già accennato in fase di anteprima, arrivare ai bagni non sarà sufficiente a salvarci lo scalpo, bisognerà entrare non visti e avere la prontezza di aprire una delle porte per poi richiuderla istantaneamente alle nostre spalle. La nostra nemesi è dotata inoltre di sensi fin troppo sviluppati, sarà infatti capace di vederci a decine di metri di distanza o addirittura su piani differenti e una volta sentito il fischietto, sarà la fuga o la morte.

Nastri d’inchiostro o pennarelli?

Fortunatamente sarà possibile salvare in determinati punti di ogni piano della scuola grazie a delle apposite bacheche, ma non pensiate di aver trovato la soluzione a tutti i vostri problemi. Come accadeva nei primi Resident Evil, dove era d’obbligo trovare un nastro d’inchiostro da usare nella macchina da scrivere, qui sarà necessario trovare prima un pennarello. Solo allora potrete tirare il fiato. Il gioco è dotato anche di un sistema di salvataggio automatico mal congeniato che lascia il tempo che trova e che raramente vi sarà di aiuto.

Realizzazione tecnica

Tecnicamente parlando ci troviamo di fronte un gioco che mostra tutti gli anni e i limiti di un prodotto sviluppato 16 anni fa, l’ammodernamento grafico e l’alta risoluzione non possono nascondere questa realtà. I modelli poligonali dei personaggi e delle strutture sono poveri, le texure basilari, il level design è rozzo ed elementare. L’adattamento italiano dei sottotitoli non è male ma evidentemente non ispirato. Troppe volte porge il fianco a imprecisioni e frasi composte in malo modo. Ottimo il doppiaggio coreano, buono quello inglese.

Concludendo…

White Day A Labyrinth Named School è un survival horror figlio del suo tempo, porta con sé il sangue nobile delle celebri opere nipponiche che lo hanno preceduto e nel 2017 sembra che abbia ancora qualcosa da dire. Il rovescio della medaglia sta nel fatto che quello che ci troviamo tra le mani è un remake fatto puntando al risparmio, la realizzazione tecnica è antiquata e si sarebbe potuto, anzi dovuto, fare di meglio. Inoltre l’eccessiva difficoltà nello sfuggire al bidello può essere frustrante ma al netto di tutto ciò l’atmosfera, le storie e sopratutto il perfido bidello lo rendono un titolo da giocare e assaporare. Sicuramente è un gioco culto per tutti gli amanti del genere.

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Il primo Metal Gear Solid per PlayStation gli cambiò la vita e da allora capì che i videogiochi sarebbero stati la sua più grande passione. Collezionista accanito, amante del Giappone e di molte altre cose, ha lavorato per Square Enix e Nintendo nel ruolo di tester oltre ad aver collaborato con IGN e VG247.it. Non ha idea di cosa gli riservi il futuro, ciò che è certo è che da grande vuole fare il videogioco.