Cambio di rotta (di nuovo)

La serie Call of Duty – non è un segreto – è una di quelle con forte vocazione al comparto multigiocatore. Qualcuno si ricorderà delle gesta del Capitano Price o dell’impavido – e a volte etereo – Reznov ma è innegabile che i più acquistino un COD per tuffarsi in infiniti deathmatch online.

Chi vi scrive – in tal senso – è un “atipico” fan di Call of Duty. Ha poco gradito l’abbandono dei conflitti storici e non è mai riuscito a farsi piacere quella “sensazione Crysis” che ha caratterizzato le ultime incarnazioni del brand. Activision ha più volte scommesso sulle ambientazioni futuristiche e questa nuova tendenza non ha potuto far altro che andare a impattare in modo evidente sulle basi stesse della serie.

Giusto o sbagliato cambiare rotta? Questa breve disamina non vuole concentrarsi sulla risposta a tale domanda ma cerca piuttosto di esplorare le possibilità offerte dal tanto chiacchierato “ritorno al passato”.

Il sottoscritto è molto appassionato di tutto ciò che riguarda la Seconda Guerra Mondiale e in più di un’occasione si è dedicato – nel suo piccolo – a onorare la memoria di coloro che l’hanno vissuta in prima persona. Quando i ragazzi di Sledgehammer Games hanno svelato di voler seguire la medesima linea di pensiero, chi vi scrive si è interessato a Call of Duty: World War II con rinnovato vigore.

Fratellanze piccole e grandi

Il reveal trailer di World War II ha sancito una volta per tutte la tanto desiderata inversione di rotta: hanno fatto ritorno i mezzi da sbarco arenati, i colpi di MG che dilaniano centinaia di giovani sulle spiagge della Normandia e quella sensazione di stare combattendo la battaglia per decidere il destino del mondo. Il cinema spettacolare di Michael Bay, tratto stilistico di COD, parrebbe aver lasciato – almeno in parte – il posto a “Salvate il Soldato Ryan” di Steven Spielberg. Gli sviluppatori non ne hanno fatto un segreto di stato, infatti si sono volutamente ispirati al capolavoro del regista americano per raccontare al meglio le vicende dei protagonisti.

A tal proposito, i nostri uomini e donne non faranno soltanto parte dei Marines ma anche della resistenza francese.

Michael Condray l’ha ricordato: “è stata l’unione di tanti popoli a cancellare la minaccia nazista”.

Sarebbe stato fantastico poter vivere la battaglia di Monte Cassino, certo, ma sapere che la campagna in singolo ci permetterà di esplorare più a fondo del solito i conflitti di Francia non dispiace. Nei più recenti trailer di gioco, tra le altre cose, si può trovare anche uno spezzone di una sequenza ambientata a Parigi dove con ogni probabilità avrà luogo una missione di infiltrazione.

Le prodezze di “Red” Daniels & co. dovrebbero durare dalle 7 alle 9 ore, durante le quali – lo speriamo vivamente – ci dovrebbe essere spazio per delineare sufficientemente i drammi e le vicende di questi eroici combattenti. Se l’ago della bilancia si manterrà in equilibrio tra DOOM e Brothers in Arms: Hell’s Highway, potremmo trovarci davvero di fronte a un war movie giocabile.

La crudezza della Seconda Guerra Mondiale

Cessata la dominazione di improbabili armi al plasma e di despoti in poltrona con R2-D2 al posto del classico gatto bianco, prepariamoci a “tornare a casa” con le armi storiche: chi vi scrive si è semplicemente emozionato alla vista delle versioni next gen di Garand M1, Thompson, STG44, mitragliatrice Browning e via dicendo. Oltre a essere il Call of Duty più avanzato dal punto di vista grafico/tecnico, questo World War II prende a piene mani dalla filosofia di Treyarch con l’ottimo Call of Duty: World at War.

Spielberg, ai tempi di Ryan, venne elogiato anche per aver saputo portare su schermo la vera crudezza della guerra. Per buona pace di tutti i deboli di stomaco, i grandi conflitti mondiali – più di qualunque altro – sono stati violentissimi e anche quest’aspetto è stato tenuto in grande considerazione dagli sviluppatori.

Aggiungere gli smembramenti e le mutilazioni non significa voler massimizzare la violenza per il puro gusto di farlo, anzi è una prova ulteriore della grande fedeltà storica che sembra permeare l’intero gioco. In un mini documentario pubblicato da Sledgehammer Games – ve lo mostriamo in calce – viene data la parola a un esperto del Secondo Conflitto che ha lavorato a stretto contatto con lo studio per arricchire ulteriormente la campagna in giocatore singolo sotto tutti gli aspetti: se questa non è volontà di fare le cose per bene è giusto chiedersi che cosa possa esserlo.

Ci vediamo a novembre

Decretare la “vittoria” o la “sconfitta” della campagna di Call of Duty: WWII è impossibile così come lo è sostenere che Sledgehammer Games non abbia impiegato passione e dedizione nel confezionare un importante modalità troppo spesso lasciata al caso negli ultimi capitoli della serie. COD deve tornare a essere non soltanto un gioco votato al multiplayer ma un’esperienza omnicomprensiva in grado di raccontare storie oltre che di fornire una manciata di mappe per massacrarsi con gli amici – virtuali e non.

Il 3 novembre è dietro l’angolo e noi non vediamo l’ora di sbarcare in Normandia.