Conscio del fatto che la citazione originale prevedesse l’inclusione del nome di una famosa attrice dalle notevoli abilità fallofaghe, il sottoscritto ha sentito l’impellente bisogno di rigettare sul popolus legens tutto il proprio mal d’être. Latinismi e forestierismi a parte, tale stato d’animo si riflette sul fisico del vostro scrittore di fiducia, con sudorazione dei palmi accentuata, secchezza delle fauci e rossore del bulbo oculare, rendendolo ancor più sgradevole alla vista di quanto già egli non sia. Sarebbe d’uopo quindi illustrarvi le cause di questi sintomi, trovarvi un rimedio e non rendere ancor più dura questa nostra vita fatta di stenti e privazioni. Prima di procedere però, una premessa è d’obbligo.

Di sparatutto ne è pieno il mondo

A partire dall’avvento di Nostra Signora “Settima generazione di console”, il genere videoludico su cui le case di sviluppo hanno puntato maggiormente è quello degli sparatutto, siano essi in prima o terza persona. Dati alla mano, gli FPS e i TPS costituiscono circa un terzo del parco titoli di PlayStation 3 e Xbox 360, senza contare i free-to-play e quelli disponibili sono in digital delivery. Aggiungendo poi a tale numero tutti gli esponenti del genere nati nel corso della “current gen”, otterremo un mastodontico monte Everest composto da bossoli, caricatori, Bravo Team e deathmatch a squadre. Atterito dal pensiero di questo mostro – passatemi il termine – Shelleyano, è quantomeno prevedibile che il videogiocatore dai gusti più ricercati e maggiormente ancorato al passato ricerchi altrove una fonte alternativa di soddisfazione. Questo articolo nasce quindi proprio da tale esigenza, figlio di uno sconforto durato ormai troppo a lungo. Chiedersi se sia meglio puntare su Battlefield per rifuggire dalla monotonia di un capitolo di Call of Duty, sarebbe come puntare su Orogel poiché annoiati da Findus: si finisce sempre col cucchiaio nella stessa minestra. Chi giunge quindi in soccorso di noi poveri videogiocatori radical-chic un po’ retrogradi? Ma ovviamente mamma Bethesda sul suo carro trionfale, trainato da Skyrim e Fallout come una moderna Cleopatra. Nel caso ve lo stiate chiedendo, noi saremmo un Marco Antonio sbarbatello in preda ai sogni di petting.

Il ritorno dei Supersoldaten

20 maggio 2014: questa è stata la data da molti venerata, causa scatenante dei nostri sogni dall’alto tasso di umidità. Wolfenstein: The New Order ha sancito il ritorno alle origini per un genere videoludico oramai stanco, privo di idee realmente fresche e più spremuto di un brik di succo ACE durante l’ora della merenda. È vero: ancora una volta ci siamo ritrovati con le armi in mano e un pugno di granate in tasca ma questa volta il sapore di passato di verdure stantio è stato soppiantato da una nuova, inedita sfumatura, con un retrogusto di metallo e globuli rossi. Ciò che gli appassionati chiedevano da tempo immemore era di poter scavare nel passato, adattarlo alla tecnologia del presente e renderlo estremamente appagante, con un nuovo stile di gioco, più frenetico, punitivo, volto alla spettacolarità e con un focus spiccato sulla campagna in singolo. Tutti questi elementi, uniti al ritorno dei nazisti supercattivi e dei kit medici rari come il petrolio nel lavandino di casa, hanno reso The New Order un titolo imperdibile per ogni amante del genere. Cosa fare però una volta esaurite l’esperienza e la scarica di adrenalina, in preda a spasmi da dipendenza tanto violenti da far impallidire Mark Renton? Accendere un cero e attendere DOOM.

Un allegro pic-nic sulle rive dello Stige

Grazie a Bethesda, il detto “Squadra che vince non si cambia” non è mai stato tanto vero. Se Wolfenstein ha saputo alzare l’asticella per quanto riguarda la produzione di sparatutto in prima persona, DOOM è riuscito nell’arduo compito di evolvere tale formula e renderla pressoché imbattibile. Movimenti velocissimi, armi spropositatamente grandi e tanta, tantissima violenza audiovisiva hanno reso il figlio di id Software una pietra miliare del gaming moderno, nonché nuovo termine di paragone per tutti gli FPS a venire. Accompagnati dall’incredibile colonna sonora industrial metal composta da Mick Gordon, ci siamo fatti strada tra le orde di demoni a colpi di headbanging e abbiamo goduto come suini in primavera nel ricoprire le nostre armi col sangue della prole infernale. A distanza di una manciata di settimane dall’arrivo di Wolfenstein II: The New Colossus, comprenderete bene l’origine di questa commistione di eccitazione e sofferenza.

Blazkowicz colpisce ancora

Come un pugno ben assestato sulla bocca dello stomaco, il secondo capitolo delle avventure di Blazkowicz (sia santificata la combo ctrl+c, ctrl+v) ha colpito chiunque durante la kermesse di Los Angeles nel mese di giugno. L’intero pacchetto offertoci con The New Order sembra essere stato ampliato e potenziato sotto ogni punto di vista, facendo colare filamenti cerebrali attraverso i nostri disgraziatissimi condotti uditivi. Forte dell’eredità tramandatagli dal primo capitolo, The New Colossus sembra avere tutte le carte in regola per le candidature a “Gioco dell’anno” e “Sparatutto dell’anno”.

Concludendo…

Sebbene sia strano ammetterlo dopo un’introduzione improntata alla condanna di tale genere, non vediamo davvero l’ora di poter fare nostro questo FPS. Il 27 ottobre è sempre più vicino, Bethesda consolida ulteriormente il proprio posto tra le compagnie più talentuose del panorama videoludico e noi ci ritroviamo con ancor meno pazienza di prima.