Ambizioni e speranze

Con l’annuncio di WWII, i ragazzi di Sledgehammer Games hanno dato forma a uno dei desideri più sfrenati dei fan di Call of Duty: abbandonare setting futuristici ed esoscheletri in favore di D-Day, Garand M1 e sagre dell’arto mozzato. Inutile dirlo, chi vi scrive era tra coloro che sognavano il ritorno di “COD” ai conflitti classici da almeno cinque anni. Capitoli come i primi due Black Ops e l’iconico World at War hanno infatti rappresentato punti molto alti per il famoso franchise e non soltanto in ambito multiplayer.

Questo progetto di ritorno al passato si è presentato al pubblico con una modalità zombie decisamente ispirata, una vasta gamma di modalità multigiocatore (canoniche) e – ultima ma non per importanza – una campagna in singolo avente un obiettivo decisamente ambizioso: trasformare il titolo nel “Salvate il Soldato Ryan dei videogiochi”.

L’appena citata non è certo una di quelle dichiarazioni che passano inosservate, proprio per questo – pieni di aspettative – ci siamo tuffati nella Francia occupata dai nazisti, armati di BAR, granate stick e di tanta, tanta, speranza.

Salvate il Soldato… Bay

Daniels, Zussman e gli altri sono a bordo della nave che li condurrà all’inferno: tra una sfida a “cinquedita” e un nostalgico ricordo, gli uomini che scopriamo appartenere alla Prima Divisione di Fanteria dell’esercito USA cercano di esorcizzare la paura che li attanaglia. Call of Duty WWII entra nel vivo pochi istanti dopo questi attimi di ansia malcelata e lo fa con la classica “festa di benvenuto” preparata dai tedeschi sulle spiagge della Normandia. Erano anni che non assistevamo a una degna incarnazione virtuale del D-Day: sangue, urla e i colpi delle MG42, conferiscono il giusto tono alla prima missione della Campagna, ecco perché siamo rimasti delusi quando abbiamo realizzato che questa modalità ci avrebbe difficilmente offerto dell’altro.

Le hitbox non sempre precise e il realismo altalenante delle fasi di shooting non avrebbero potuto rovinare una storia ben scritta ma è proprio questo il punto cruciale del discorso: la Campagna di Call of Duty WWII ci è sembrata un gigantesco “vorrei ma non posso”, una continua ricerca dell’emozione e del dramma che purtroppo non giunge mai a buon fine. I protagonisti delle vicende appartengono ai classici modelli stereotipati del soldato americano e non riescono a rappresentare una valida alternativa alla spettacolarità delle sequenze scriptate. Per dirlo in termini cinematografici, in WWII c’è troppo Michael Bay e troppo poco Steven Spielberg per poter essere avvicinato a quel Brothers in Arms: Hell’s Higway che – a tutt’oggi – è ancora un grande esempio di qualità narrativa per gli sparatutto in prima persona a sfondo bellico.

Evidenziate le criticità dell’esperienza, ci sembra comunque ingiusto strappare a tale modalità il titolo di “godibile”. Pur con qualche fluttuazione del frame rate su PS4 Pro, il gioco di Sledgehammer sfoggia un comparto visivo più che decoroso e rievoca degnamente le ambientazioni tipiche del periodo storico di riferimento, dalle campagne francesi fino alla Parigi del 1944. Gli scontri a fuoco – l’abbiamo già detto – non sono esenti da difetti anche grossolani ma vengono di certo valorizzati dal buon feeling delle armi. Le fasi stealth – indovinato intermezzo per spezzare il ritmo serrato delle sparatorie – ci hanno piacevolmente sorpreso e sono state ben inserite all’interno delle missioni. Un encomio va conferito alla colonna sonora, che non esitiamo a definire protagonista invisibile di Call of Duty WWII, e al doppiaggio italiano – generalmente di ottima qualità e con interpreti adatti ai propri ruoli.

Cinquanta sfumature di multigiocatore

Verso la seconda metà dell’iconico Medal of Honor Underground, una volta sterminati i nazisti, ci si trovava faccia a faccia con i migliori amici dell’esercito di Hitler: i cani soldato. I pastori tedeschi erano così ben addestrati da riuscire a maneggiare armi e a guidare i semicingolati. Su di un principio simile si basa la modalità Zombi Nazisti di Call of Duty WWII – che vede un improbabile ritorno dei membri del Terzo Reich sotto forma di non morti. Questa particolare avventura in salsa horror/splatter è stata introdotta – ancora una volta – da World at War e in poco tempo è diventata un vero tratto distintivo della serie. Anche quest’anno ci siamo trovati di fronte a un’esperienza divertentissima, nonché punta di diamante del gioco. Poter utilizzare una riproduzione certosina della bella Katheryn Winnick – la Lagertha di Vikings – è già un ottimo motivo per andare a fare mattanze di zombie e, se questo non dovesse essere sufficiente, c’è un mistero tutto da scoprire dietro all’invasione di suddette mostruosità naziste. Grazie a una ricca lore, a una boss fight finale in stile Resident Evil e alla possibilità di poter vivere il tutto in schermo condiviso con un amico, Zombie Nazisti è il “must try” per tutti coloro che hanno fatto propria quest’ultima fatica di Sledgehammer Games.

Altro elemento fondamentale dell’equazione di WWII è il classico Multigiocatore. Gli sviluppatori hanno però voluto introdurre un nuovo ingrediente in quella che storicamente è una “portata principale” di COD: l’Headquarter. Questo quartier generale è un luogo di ritrovo per tutti i giocatori, una stanza d’attesa avanzata che vi permetterà di personalizzare l’aspetto del vostro combattente, di interagire con i commilitoni, di accettare incarichi e di allenare la mira al poligono di tiro. Quando vi sarete preparati a sufficienza (o stufati) sarà tempo di selezionare una delle tante modalità di gioco presenti e di tuffarsi nella mischia. Call of Duty offre – come sempre – un gameplay arcade all’insegna del divertimento. Le hitbox in multiplayer si sono rivelate ben più precise rispetto a quanto visto nella Campagna ma non aspettatevi quel realismo di certo più vicino allo stile di Battlefield. A seconda della classe che sceglierete, avrete accesso a differenti armamenti e possibilità di gioco ma sarà bellissimo – almeno per i puristi – costatare il decesso di quelle esagerazioni futuristiche viste nei capitoli precedenti.

Concludendo…

Call of Duty WWII è un buon gioco, forte di un’indovinatissima incarnazione di Zombie Nazisti e di un Multigiocatore solido e divertente. Ancora una volta – nonostante le promesse e la buona volontà del team di sviluppo – è la Campagna a non averci convinto del tutto. Errori grossolani e disattenzioni che minano inevitabilmente l’immersione del giocatore non costituiscono nemmeno il problema principale del viaggio di Daniels. La sceneggiatura altalenante e i personaggi piatti sono i veri “criminali di guerra”, i responsabili dell’insipidità di quest’esperienza. WWII è un Call of Duty in tutto e per tutto, tanto valido se giocato in compagnia (locale e non) quanto afflitto da storici problemi se vissuto in single player. Non vogliamo negare che questo ritorno al passato ci abbia fatto più che piacere ma – al contempo – ci è impossibile nascondere un amaro in bocca fin troppo sentito per passare in secondo piano.

 

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Ha conseguito una laurea triennale in fotografia, cinema e televisione e, attualmente, si dedica a tempo pieno alla divulgazione dell’arte audiovisiva definitiva: il videogioco. Gira e sceneggia cortometraggi, video di dubbia sanità mentale con The Gentlemen e cura il canale YouTube “Lo Spazio di Donte”. Assieme ai compagni d’arme in Cyberludus.com e VG24/7.it, cerca di crescere nel campo del giornalismo videoludico ma, mal che vada, continua a coltivare il sogno proibito: costruire un insieme di piattaforme in mezzo al mare senza il controllo di governi, sistemi e religioni… Outer Heaven.