A cura di Simone Scalìa

Nel 2003 fece il suo esordio sugli scaffali Black Mirror, un’avventura grafica punta e clicca che, sebbene molto rigida e macchinosa nel gameplay, riuscì grazie ad un’atmosfera cupa, tenebrosa e coinvolgente ad ottenere un sotterraneo successo tra gli appassionati del genere. Dopo due seguiti dalla scarsa fortuna commerciale, la tedesca King ART Games ha prodotto un reboot del primo capitolo, intitolato semplicemente Black Mirror, ovviamente senza riferimenti all’omonima serie TV.
Il titolo, pubblicato da THQ Nordic, pur palesando una certa efficacia nel creare suspense e mistero nel giocatore, fallisce miseramente nel convincerlo di avere tra le mani un buon prodotto.

Quando l’atmosfera non basta

L’avventura è ambientata in Scozia nel 1926: il giovane David Gordon, dopo aver vissuto molti anni in India con la madre, è costretto a tornare nella terra natia a causa del suicidio del padre, avvenuto in circostanze sospette. La magione che ha ereditato e la famiglia, però, sembrano nascondere segreti particolarmente oscuri. Tra strane apparizioni ed eventi sovrannaturali, Gordon si convincerà che quello del padre non è stato un suicidio.

Interpretando David, il giocatore può muoversi per la casa e interagire con determinati oggetti e personaggi, evidenziati quando vicini, ottenendo informazioni utili per completare le varie missioni o maggiori dettagli su di esse. La struttura del gioco è molto rigida e in taluni casi antiquata, compensata tuttavia da un’ottima atmosfera, oscura e pressante, con riferimenti spesso fin troppo evidenti al romanzo gotico inglese (specialmente Il Castello di Otranto) e alle opere di Edgar Allan Poe, Joseph Sheridan Le Fanu e H. P. Lovecraft. Sono comunque presenti anche elementi da giallo investigativo, come nei lavori di Arthur Conan Doyle e Agatha Christie.
Il doppiaggio in inglese è ben curato, in particolar modo è da apprezzare il lavoro fatto con personaggi come lo stesso David Gordon ed il giardiniere Rory, con grande attenzione da parte degli autori nel gestire la cadenza scozzese dei residenti e nell’adattare il vocabolario all’epoca di riferimento. Non dimentichiamoci poi della colonna sonora, minimale ma in grado di trasmettere con facilità timore e tensione. Tuttavia, i pregi di Black Mirror terminano qui.

I dolori della tecnica

Sotto certi aspetti, è spiacevole dover giocare ad un videogioco così ben curato negli aspetti “artistici” e così scadente nelle meccaniche.
Tralasciando la già citata rigidità del gameplay – tutto sommato perdonabile considerando l’evidente obiettivo di rifarsi il più possibile all’opera originale – Black Mirror soffre di cali di framerate che fanno più paura del gioco stesso. Se questo può essere sopportato quando si passa in zone come il salone della casa, che porterà soltanto un leggero rallentamento dei movimenti, la situazione diventa insostenibile in aree come il giardino, dove ci si muoverà praticamente a scatti, perdendo interi secondi per fare anche solo un passo. Questo inoltre causerà caricamenti lunghissimi, a volte anche più lunghi di trenta secondi solo per passare da una sezione all’altra.
I comandi sono ipersensibili e a causa dell’eccessiva vicinanza richiesta per interagire con certi strumenti o persone, sarete spesso costretti ad andare avanti e indietro fino a trovare la posizione giusta. Considerando la presenza occasionale del “fattore tempo”, la cosa può rivelarsi a dir poco scoraggiante.
Se il pixel hunting non fosse già di per sé terribile, ancora peggio sarà la gestione della telecamera tramite l’uso del cursore, che muoverà il vostro punto di vista in maniera così grossolana che spesso David sarà escluso dalla visuale.

Gli indovinelli, forse la parte più importante di un’avventura grafica a tema horror, sono sovente mal architettati, richiedendo anche mezz’ora per potere essere completati a causa di indizi troppo blandi, oppure richiedenti numerosi tentativi poiché basati sulla fortuna. Come se non bastasse, certe volte il gioco non sarà molto esplicativo nel farvi comprendere la situazione e vi domanderete che senso abbiano certi eventi.

Da aggiungere ai numerosi problemi, inoltre, una localizzazione italiana pessima, con sottotitoli che spesso non appariranno o compariranno in inglese, creando un’involontaria comicità. A causa dei cali di framerate, il lip-sync dei dialoghi risulta terribile, dando spesso l’impressione di stare perdendo parte del discorso. La grafica ormai superata ci metterà per altro di fronte ad animazioni facciali risibili, con personaggi che urlano arrabbiati nonostante volti assolutamente inespressivi.

Concludendo…

Black Mirror è un prodotto assolutamente dimenticabile meno che mediocre e sebbene alcuni problemi siano risolvibili tramite patch, molti altri rimarranno invariati, rendendo noiosa, scoraggiante e macchinosa un’esperienza di gioco che poteva essere interessante e coinvolgente. Il reboot pubblicato da THQ Nordic è dedicato esclusivamente agli appassionati del genere e della saga più testardi, specialmente se dotati di un’interminabile dose di pazienza.

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