Un viaggio all’insegna della nostalgia

Una degli aspetti più apprezzabili del mercato videoludico è che mette sul piatto un’offerta sconfinata e in grado di accontentare i gusti di tutti: dal giocatore che desidera ardentemente lo sparatutto tripla A blasonato con il comparto tecnico spaccamascella a quello che cerca invece il dating sim che permette di avere relazioni sentimentali con dei gatti, dal basso budget ma con carattere da vendere.

In tutto ciò Square Enix ha capito che tra i milioni di giocatori al mondo c’è una nicchia, non poi così piccola, che vive nella nostalgia dei grandi successi JRPG degli anni ’90, come Chrono Trigger, i Final Fantasy monocifra pre-PlayStation e Secret of Mana, giusto per citarne qualcuno. Ed è per loro che ha deciso di aprire Tokyo RPG Factory, un team dalle dimensioni contenute in grado di realizzare titoli in grado di riproporre lo spirito JRPG di qualche decade fa facendo così leva sui ricordi degli appassionati. Ah, nostalgia canaglia.

Dopo il convincente (ma non troppo) I Am Setsuna, questi approfittatori di sentimenti ci riprovano con Lost Sphear, altro titolo pervaso dal quel dolce retrogusto dei bei vecchi tempi andati. Avranno fatto breccia nei nostri vecchi cuori avvizziti?

Tra malvagi imperi e ricordi che salvano il mondo

La storia di Lost Sphear ci mette nei panni di Kanata, un giovane abile spadaccino che vive nella quiete del villaggio di Elgarthe, assieme ai suoi coetanei e amici per la pelle Lumina e Locke, con solo dei strani sogni e la scomparsa della madre a impensierire le sue tranquille giornate.

Le loro vite però cambieranno per sempre quando, dopo un’allegra scampagnata, i nostri scopriranno che il loro villaggio natale è letteralmente scomparso lasciando al suo posto una foschia bianca e intangibile.

Ben presto Kanata scoprirà di possedere dei poteri speciali, grazie ai quali può ripristinare dallo stato di “lost”, ovvero persone, oggetti se non addirittura intere città scomparse, utilizzando frammenti di memoria, ottenibili sconfiggendo mostri o sfruttando i ricordi che permeano luoghi speciali o nella mente di un individuo.

Tale eccezionale potere si rivelerà fondamentale per salvare un mondo in crisi: Elgarthe non è l’unico posto colpito da questa strana maledizione e Kanata decide di partire alla volta della capitale imperiale di Watt per salvare il mondo, nella speranza di riuscire ad ottenere anche degli indizi sulla misteriosa scomparsa della madre.

Tra imperi malvagi, doppiogiochisti “insospettabili” e tanti buoni sentimenti (l’abc del JRPG vecchia scuola che si rispetti) la storia di Lost Sphear si lascia seguire volentieri nelle 25-30 ore richieste per arrivare ai titoli di coda, a patto di doversi sorbire qualche momento un po’ soporifero e l’assenza di reali colpi di scena – fortunatamente presenti nelle fasi finali dell’avventura.

Il vero punto debole tuttavia risiede nei personaggi, che va bene il rifarsi agli stereotipi del genere, ma qui risultano fin troppo scontati e privi di verve. Kanata è il classico eroe senza macchia, Lumina è la ragazza della porta accanto e amica d’infanzia del protagonista, Locke è l’iperattivo della cricca ma anche un ragazzo di gran cuore, Van è il tenebroso del gruppo che … insomma, ci siamo capiti.

Si tirano e si prendono legnate come ai bei vecchi tempi

Lost Sphear propone un sistema di combattimento a turni basato sul ben rodato ATB (Active Time Battle) ma che a tutt’oggi vanta un fascino unico.

I quattro personaggi schierati in battaglia potranno eseguire un semplice attacco all’arma bianca o con armi a distanza, usare un oggetto o attivare una delle loro abilità, che possono infliggere danni ingenti a uno o a più bersagli in un’area circoscritta, attivare buff e debuff o curare gli alleati.

Ogni volta che sceglieremo l’azione da compiere dovremo anche spostare il nostro combattente sul campo, una decisione che influenzerà non solo i bersagli colpiti (ad esempio utilizzare un abilità che colpisce in un area a linea retta cercando di trovare la posizione ideale per “impalare” quanti più bersagli possibili) ma anche quanto saremo esposti ai contrattacchi nemici (raggruppare i nostri davanti a un nemico che usa attacchi ad area non è mai una buona idea).

A tutto ciò si aggiunge la meccanica del Momentum: infliggendo e subendo danni si caricherà una barra speciale, fino a un massimo di tre volte, grazie alla quale sarà possibile potenziare un attacco o attivare un bonus passivo.

Questi ultimi sono causati dagli effetti di un tipo particolare di spritnite che sarà possibile collegare a quelle delle skill di base, creando così combinazioni particolari, come ad esempio magie ad area che, oltre a causare danni ingenti, avvelenano i nemici o fendenti che acquisiscono proprietà elementali.

Nel complesso dunque, il sistema di combattimento di Lost Sphear è stratificato e offre una buona varietà di personalizzazione al giocatore, risultando semplice da assimilare e soddisfacente da padroneggiare allo stesso tempo.

Ciononostante, il tutto è minato da un bilanciamento non perfetto: i combattimenti contro i nemici standard non sono mai particolarmente impegnativi, anzi, sono fin troppo indolori e ulteriormente facilitati dagli attacchi che colpiscono ad area e dal raggio d’azione spropositato. Le “hitbox” dei nemici fin troppo generose, inoltre, vanno ad appiattire irrimediabilmente la formula di gioco. Contro i boss, al contrario, assisteremo a picchi di difficoltà sostanziosi, tal volta addirittura frustanti.

Ad aggravare il bilanciamento si aggiungo le Volcosuit, exotute speciali che i nostri protagonisti potranno usare in battaglia e che aumentano drasticamente le statistiche e garantiscono l’accesso alle letali abilità Paradigm Shift.

Per controbilanciarne utilità, tuttavia, gli sviluppatori hanno pensato bene di scandire il loro utilizzo con un’apposita barra che si consumerà velocemente ad ogni azione effettuata e ripristinabile solo riposando in una locanda o con oggetti speciali: il giocatore non impiegherà molto a capire che il modo più efficiente per utilizzarle è proprio durante le boss fight sopracitate.

E così l’utilità delle Volcosuit e l’osticità dei boss si annullano a vicenda, lasciando al giocatore un sistema di combattimento sì sfaccettato e divertente, ma senza il giusto contesto per essere “vissuto” in modo soddisfacente.

Lost Sphear, pur non potendo contare sul comparto tecnico di un Persona 5 o Dragon Quest XI (d’altro canto anche il budget non è proprio lo stesso), risulta graficamente gradevole, con modelli poligonali ben realizzati e gradevoli location disegnate, con pochi fronzoli ma in grado di elargire qualche bel panorama di tanto in tanto. Anche qui, tuttavia il titolo di Tokyo RPG Factory pecca di originalità, con ambientazioni viste e riviste, minate da un design fin troppo basilare.

Buono il comparto sonoro, composto da pezzi orecchiabili e che ogni tanto ci è capitato di fischiettare dopo le sessioni di gioco. Fa storcere il naso invece la mancanza della lingua italiana, specie considerando che parliamo di un titolo (e di un genere) che fa dei dialoghi prolissi uno dei suoi elementi caratteristici.

Concludendo…

Ribadiamo il concetto: Lost Sphear è stato realizzato tenendo bene a mente quanto di buono i JRPG old school avevano da offrire. Questa volontà permea l’opera di Tokyo RPG Factory in ogni suo aspetto: dalla storia ai personaggi, passando per il sistema di combattimento rigorosamente a turni e la colonna sonora, fino ad arrivare allo stile visivo e la telecamera isometrica. Tutto ciò non è assolutamente un male, specie se siete fan del genere, visto che il gioco nel complesso offre una struttura ludica solida, al netto di qualche ingenuità e sbavatura. In definitiva, a Lost Sphear manca quel guizzo di originalità, quell’aspetto caratteristico che lo possa far entrare di diritto nell’olimpo dei JRPG.

 

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