Non è semplice definire con parole ben chiare le sensazioni che Shadow of the Colossus riesce a suscitare nell’animo umano. Si potrebbe sciorinare un elenco infinito di attributi, girare attorno al singolo punto senza però mai centrare pienamente il bersaglio. Quella partorita dalla mente di Fumito Ueda nel lontano 2005 è una creazione vaporosa, un kaleidoscopio che fraziona lo spettro della nostra mente e ci permette di viaggiare col pensiero. Entrato oramai nell’immaginario collettivo come una pietra miliare del medium videoludico moderno, il prodotto di Japan Studio e Team Ico è tornato sulle console dell’attuale generazione. Una veste grafica di pregevolissima fattura a cura di Bluepoint Games e l’enorme bagaglio emotivo proprio dell’originale potrebbero già di per sé valere l’acquisto di una copia. Agli occhi di coloro i quali hanno già combattuto i colossi ben tredici anni fa, questa riedizione sembrerebbe – escludendo gli ovvi miglioramenti tecnici – offrire ben poco ma immergendoci in un brodo primordiale di deliziosi dettagli, sarà facile notare come l’avanzamento tecnologico abbia restituito nuova linfa vitale a questa intramontabile avventura. Sebbene l’età oramai avanzata del titolo abbia dato ai più la possibilità di godere di Shadow of the Colossus, sono ancora in molte le persone totalmente estranee alle vicende del giovane Wander. Proprio attraverso la verginità degli occhi di questi ultimi vorremmo intraprendere con voi questo viaggio, come se fosse di nuovo una meravigliosa “prima volta”.

Cavalcando nuovamente sull’erba

Già ammirando la sequenza introduttiva di Shadow of the Colossus, ci si può rendere conto dell’atmosfera che di lì a poco il giocatore andrà a respirare. Un montaggio filmico finemente orchestrato, unito all’iconica colonna sonora, riesce a narrare in pochi minuti l’incipit del titolo, senza utilizzare tutorial o sezioni d’ambientamento. Quello di Wander è un viaggio disperato, una corsa contro il tempo e il destino, per riportare indietro l’anima della propria amata. Il regalo più dolce ha però un prezzo davvero elevato: impugnata l’antica spada, il protagonista dovrà combattere ben sedici colossi, incarnazioni degli idoli di pietra che sorvegliano il tempio dove ora giace Mono senza vita. Incaricato di tale missione da parte di Dormin (entità con il potere di riportare al mondo i defunti), Wander monta sulla sella del fidato Agro e parte alla volta delle lande desolate.

Cavalcando sull’immenso mare d’erba, sulle pozzanghere in riva al lago o attraverso le strette fenditure tra i monti, sarà impossibile non percepire sensazioni contrastanti. La bellezza dell’ambiente parrebbe quasi rinfrancare lo spirito ma immediatamente la sua stessa vuotezza riesce a gravare come un macigno sul giocatore, il quale lentamente si rende conto di aver calpestato il suolo di una terra proibita. Ogni colpo inferto ai minacciosi colossi è una vera e propria scarica di adrenalina, un esempio di come il peccato e la brutalità ben riempiano gli spazi vuoti della nostra coscienza. Una volta spenta la luce negli occhi dei giganti, sarà inevitabile procedere lungo una spirale che conduce alla perdita dell’umanità e l’accompagnamento sonoro – triste e malinconico – non mancherà di sottolineare l’abominio appena commesso dalle nostre mani, ancora insanguinate.

Quella proposta non è una semplice sequela di nemici sempre più grandi da sconfiggere ma una camminata lungo una parete di specchi: avanzando sempre più verso il suo limitare, l’immagine riflessa si distorcerà esponenzialmente, rivelandoci infine che il mostro che abbiamo sempre creduto di combattere si è nascosto dentro di noi per tutto il tempo. Shadow of the Colossus è una realtà cangiante, capace di cambiare il giocatore, la sua moralità e la percezione del peso della vita.
In tutta onestà anche noi, smontati definitivamente da cavallo, ci sentiamo un po’ diversi.

Nuovo look, stesse emozioni

Bluepoint Games è riuscita a far calare il silenzio tra il pubblico, quello composto dai più scettici e pessimisti, i quali non credevano che il solo ammodernamento tecnico avrebbe potuto competere con il titolo originale. Il colpo d’occhio restituito dalla visione delle terre verdeggianti e dei monti imponenti è impareggiabile: ogni ambiente è stato ricreato con precisione certosina, impreziosendo maggiormente ogni scorcio paesaggistico. Il passaggio dalle antiquate texture in bassa definizione ad un livello grafico superiore non ha intaccato in alcun modo la resa emotiva degli ambienti, bensì ha reso giustizia alla visione di Fumito Ueda grazie all’incredibile fedeltà. Ogni roccia, ogni statua e ogni struttura sono state riprodotte con estrema accuratezza e sarà impossibile non sentirsi parte di un ecosistema decisamente familiare. Il verde acceso delle distese d’erba si scontra con la prepotenza dei colori marmorei, facendo apparire il giocatore come un piccolo intruso in una realtà ben più grande e inamovibile, prigioniera di un equilibrio tra sacro e maledetto che non dovrebbe mai essere disturbato. Chi però ha veramente beneficiato del lavoro di restauro sono stati proprio i colossi: i modelli delle nostre nemesi sono infatti una spanna al di sopra di quelli visti nel 2005, presentando un livello di dettaglio encomiabile. L’armatura di pietra, gli occhi lucenti e la folta pelliccia alla quale aggrapparci, tutto riflette l’enorme cura del team di sviluppo riposta nel progetto.

Nonostante sia avvenuta una vera e propria rivoluzione in termini grafici, i contenuti sono rimasti perlopiù invariati: collezioneremo ancora una volta le code di salamandra e potremo testare le nostre abilità nella modalità time attack. Gradevole aggiunta è invece l’inclusione della Photo Mode, con la quale sarà possibile catturare ogni istantanea di gioco e apprezzare senza fiato ogni singolo particolare. Se da una parte il prodotto odierno eredita e nobilita ogni pregio dell’opera originale, dall’altro finisce con l’addossarsi inesorabilmente i suoi difetti. In primo luogo i movimenti del giovane Wander non sono ciò che si potrebbe definire “grazioso”, ancora piuttosto legnosi ma del tutto perdonabili se paragonati al sistema di navigazione di Agro, scomodo e obsoleto. La telecamera inoltre non parrebbe trovar pace, danzando fastidiosamente durante i momenti più concitati e ad alto rischio di fallimento. Per quanto sia bello poter notare come il protagonista mostri sul volto lo sforzo nel tendere un arco, proprio il modello facciale del nostro eroe risulta abbastanza “pupazzoso”, stonando con il realismo dell’ambiente circostante. Comparando queste mancanze all’ineccepibile qualità del titolo, risulterebbe facile chiudere un occhio ma non si può negare come tali piccoli problemi possano turbare il giocatore in più di un’occasione.

I benefici del progresso

Continuare ad elogiare imperituramente le vette artistiche toccate da Shadow of the Colossus potrebbe risultare pleonastico. Passiamo quindi al lato analitico della disamina: tecnicamente, il prodotto di Bluepoint Games è un vero e proprio gioiellino. Sia su PlayStation 4 che sulla sua controparte “maggiorata”, il titolo mantiene sempre alti gli standard qualitativi. Per quanto la versione liscia della console Sony svolga un lavoro decisamente dignitoso, PS4 Pro riesce a compiere quel piccolo passo in più che fa la differenza. I giocatori potranno scegliere tra una modalità Performance – con la quale fissare il framerate intorno ai sessanta FPS a discapito della qualità grafica complessiva (comunque convincente) – e una Cinema, per esaltare ancor di più la resa visiva, accontentandosi dei sempre ben accetti 30 fotogrammi. Grazie al supporto dell’HDR sarà infine possibile godere di una palette cromatica di ben altra caratura, che molto si avvicina alle tinte presenti nella versione del 2005. Un plauso infine per il comparto audio, fedele al materiale di partenza ma nettamente più pulito e curato.

Concludendo…

Parlare di Shadow of the Colossus, di qualunque sua edizione si tratti, non è mai compito da prendere alla leggera. Che siate esperti navigati o giocatori della domenica alle prime armi, la creazione di Fumito Ueda saprà incantarvi oggi esattamente come tredici anni fa. La veste grafica completamente rinnovata non svilisce l’atmosfera onirica dell’originale e la potenza narrativa di una trama fatta di sensazioni e simbologie è più che mai percepibile. Nonostante la presenza di alcuni problemi tecnici legati all’instabilità della telecamera in certe sezioni e ai controlli datati sia di Wander che di Agro, è impossibile non lasciarsi trascinare dalla corrente della fiumana nera che porta alla perdizione. Quello di Bluepoint Games è il degno omaggio ad un pilastro portante della nostra industria, nonché esempio di come tale tipologia di videogiochi siano essenziali per chi, come noi, preferisce ancora sognare.

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Laureando in Mediazione Linguistica e Culturale presso l'Università degli Studi di Napoli L'Orientale, si avvicina al mondo dei videogiochi già in tenera età. Appassionato di cinema e cortometraggi, carica su internet video satirici e talvolta demenziali con i 3Gamersacaso e The Gentlemen. Il suo obiettivo ultimo? Guidare le masse incolte sfruttando un pensiero laico, razionale e scientifico. A volte riesce persino ad essere serio.