P2P: ma chi sono i ladri?

Una sintetica panoramica su quanto si sta discutendo in questi giorni alla Camera dei Deputati, tra file sharing, pirati e giustizieri.
 
Ok, questo articolo non ha la pretesa di mettere la parola fine alla lunga disputa sulla condivisione di contenuti protetti da diritto d'autore, che occupa migliaia di pagine web da oltre 10 anni .
Il “braccio di ferro” tra associazioni di discografici e netizen continuerà, anche perché, pare, che sia alla base della fortuna di entrambe le parti. Infatti, la S.I.A.E. boccheggiava fino a qualche anno fa: gli autori si chiedevano che ci stesse a fare; la F.I.M.I. (Federazione dell'Industria Musicale Italiana) si scagliava duramente contro l'obbligo di apporre i bollini S.I.A.E. sui prodotti.
Dice la FIMI: «il bollino SIAE confligge con l'ordinamento comunitario, ma soprattutto ostacola il principio di libera circolazione delle merci in ambito comunitario. Infatti – continua il comunicato – l'attuale sistema di contrassegnazione costringe i produttori ad alterare le confezioni destinate al mercato italiano, portando, così, ad un aumento dei costi. Inoltre, i distributori UE che desiderino esportare in Italia una  nuova quantità di un prodotto le cui vendite sono andate bene, è dissuaso dal farlo a causa dell'onere supplementare e delle spese che l'acquisto e l'apposizione del contrassegno SIAE alla confezione del CD o del DVD comporterebbero».
Insomma, le considerazioni della FIMI, sul punto sono molto chiare: il bollino SIAE non solo è perfettamente inutile ma, anche, economicamente svantaggioso, sia per i produttori che per i consumatori.
Inutile, quindi, evidenziare come la crociata contro la “pirateria digitale” stia dando nuova linfa vitale alla SIAE, ormai autoproclamatasi “paladina della giustizia contro il file sharing”.
Ma, dai numeri emerge che ne escono rinvigoriti anche i “pirati”. Infatti, durante e dopo il sequestro di “The Pirate Bay”, convalidato dalla Procura di Bergamo, il sito svedese ha quadruplicato gli accessi dall'Italia.
A questo punto chiedo scusa e, dopo 20 righe, sconfesso la mia premessa:  questo articolo non sarà sintetico! Le cose ancora da dire sono tante, ed io con le “forbici”non ho molta confidenza!
Il tasto dolente della questione lo conosciamo: la FIMI e la SIAE affermano che il file sharing online, che si svolge principalmente ma non solo attraverso software di condivisione peer-to-peer, provoca danni stimabili in 500 milioni di euro; secondo il Sottosegretario ai Beni ed alle Attività Culturali, Francesca Maria Giro, la cifra è intorno ai 3 miliardi di euro...(cifra assolutamente inverosimile questa, considerato che la MPAA (Motion Picture Association of America), l'associazione americana di produttori cinematografici, stima una cifra di circa 7 miliardi di dollari...ma in tutto il mondo!)). Danni che la “pirateria digitale” arrecherebbe all'industria multimediale.
Secondo l'Eurispes, il 25% di italiani che hanno accesso ad internet “scarica” abitualmente.
Sulla base di queste cifre scattano le contromisure:
  • la SIAE chiede al Governo «un'azione forte e decisa per ottenere che venga stabilito per legge un contributo in percentuale da versare alla SIAE (!) da parte di tutti quei provider che forniscono a pagamento la linea ADSL veloce». Si, avete capito bene, la presunzione è che “chiunque abbia l'ADSL scarica file illegalmente” e quindi deve pagare «a titolo di risarcimento» una somma alla SIAE!
  • Il Governo, nel 2009, lancerà una “Campagna anticontraffazione” basata sulla “soluzione Sarkozy”: con la collaborazione degli Internet Provider, ed a seguito di comportamenti illegali, verranno inviati una serie di avvisi agli internauti che in caso di reiterate violazioni subiranno la sospensione coatta della connessione da pochi minuti fino a tre mesi.
Detto questo, adesso, è appena il caso di fare un po' di conti in tasca alla produzione italiana, anche per capire dove sono le responsabilità di questo calo delle vendite, e se è tutta colpa del file sharing.
Per quanto riguarda il mercato del cinema, secondo l'ANICA, le cifre relative all'anno 2007 dicono che sono stati prodotti in Italia 121 films; l'incasso totale ai botteghini è stato di circa 617 milioni di euro, il 12% in più del 2006; il pubblico continua a crescere, attestandosi, nel 2007, intorno ai 33 milioni di presenze. Lo Stato (cioè noi contribuenti...) ha contribuito a questa produzione con finanziamenti pari a 63 milioni di euro, cioè a circa il 20% degli investimenti totali, senza avere nessun “ritorno” economico.
Passando ai dati relativi al mondo della musica, invece, la situazione non è così florida: il fatturato del 2007 è sceso del 25% rispetto all'anno precedente, ed è in caduta libera da almeno 5 anni. Tale flessione è dovuta soprattutto al calo delle vendite dei CD. Ma proprio le vendite dei CD mi fanno ritornare alla memoria una vecchia disputa sui supporti vergine. Ebbene, ogni CD, DVD o audiocassetta vergine che acquistiamo assegna un “equo compenso” alla SIAE, che va dai 29 ai 58 centesimi di euro (IVA esclusa). A queste vanno aggiunte le quote “eque” che obbligatoriamente “devolviamo” ad ogni acquisto di masterizzatori o apparecchi di riproduzione in genere.
La SIAE li ripartisce successivamente tra gli autori.
Nel solo 2004 la SIAE ha incassato, direttamente dalle nostre tasche, qualcosa come 70 milioni di euro, dall'acquisto di questi supporti. Cifra ben più elevata delle perdite accusate in tutto il triennio precedente.
Insomma, è difficile anche ammettere che quello italiano sia un mercato!
I contribuenti italiani pagano:
  • il 20% di quanto viene speso per produrre films cinematografici, senza avere nulla in cambio;
  • quote elevatissime all'acquisto di supporti vergine o di apparecchi di riproduzione;
  • i biglietti del cinema e dei concerti;
  • la realizzazione di festival del cinema un po' ovunque in tutta Italia.
E ci chiamano anche “pirati!
L'utente, il consumatore italiano è quello che a livello mondiale paga il tributo più alto al finto-mercato di produzione.
Ma, scusate, mi restano ancora un pio di domande: chi può dimostrare  che è proprio a causa della c.d. “pirateria digitale” che sono crollate le vendite dell'industria discografica? Ricordo che una forte flessione del settore era già iniziata ben prima del boom dei CD pirata, quando un “originale” costava addirittura 50.000 lire! È esattamente da quel momento, circa 15 anni fa, che le vendite calano...io cambierei i Responsabili Marketing!
Ma sarà vero che il cantante subisce danni da questo calo delle vendite? Anche in questo caso sappiamo che da più di 10 anni, dalla fine dei folli contratti milionari con le major, i guadagni dei cantanti provengono dai tour e non dalle vendite dei CD.
E, se proprio vogliamo essere pignoli, il download gratuito è la forma di pubblicità più efficace mai esistita: consente di far “girare” il pezzo tra migliaia di mani; il nome dell'autore, del cantante è sulla bocca di migliaia di presone, con un evidente “ritorno di immagine” altissimo. E le possibilità che quel “pirata” poi vada al concerto di quel cantante sono elevatissime. E, questo, i cantanti lo sanno bene, ecco perchè, raramente alzano la voce contro la pirateria.
In conclusione, la mia impressione, è che i produttori italiani vogliano proteggere solo la propria rendita, senza rimettersi in gioco in un mercato che è diventato globale e “libero”, dove la rete ha già le “sue” regole. Se loro volessero diventare concorrenziali, e sfruttare le possibilità che internet offre per aumentare il proprio business, lo dico contro il mio interesse: dovrebbero smettere di ingaggiare avvocati ed iniziare ad ingaggiare sviluppatori. Allora forse la gente tornerebbe a comprare i loro prodotti.
 
 
Walter Tripodo
 
 

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